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martedì 30 giugno 2015

30/06/2015 Manolo: l'arte di arrampicare e non solo

L’incontro con Maurizio Zanolla, in arte “Manolo”: uno dei volti più conosciuti dell’arrampicata sportiva mondiale. Arrampicatore, ma anche sciatore, runner, bikers… Soddisfazioni e amarezze di una vita segnata dall’arrampicata.

ARTICOLO PUBBLICATO SU OUTDOOR MAGAZINE 
www.outdoormag.it


Un bellissimo ritratto di Maurizio by K. Dell'Orto
Ho incontrato per la prima volta Maurizio Zanolla su una pista da sci. Fa ridere, può sembrare assurdo, ma è proprio così. Il Mago, la leggenda dell’arrampicata, se la volteggiava su due assi da telemark, con tutta la delicatezza e l’eleganza che contraddistingue questa specialità. Era il 22 febbraio scorso e Zanolla era stato invitato in veste di “special guest” alla tappa livignese del Land Rover Winter Tour. Io giornalista e blogger per l’evento, lui ospite speciale. Quando seppi che il personaggio che quel fine settimana avrebbe rappresentato la nota casa automobilistica inglese sarebbe stato Manolo, non volevo crederci. La prima domanda, a mio parere lecita, fu “Cosa c’entra Manolo con lo sci?”. In Italia, probabilmente nel mondo, il suo nome è indissolubilmente legato alla roccia, alla verticalità, al free solo, agli “appigli ridicoli” e, al massimo, al celeberrimo motto di Sector: “No Limits”.

UNO SPORTIVO A 360GRADI
Durante quel fine settimana, invece, tra una pista e una risalita in seggiovia, Maurizio ha raccontato della sua passione per lo sci, specialmente per il telemark. E’ strano immaginarselo mentre accompagna i clienti a fare scialpinismo sulle sue montagne: le Dolomiti. D’altra parte Zanolla, non dimentichiamolo, è guida alpina!
Se poi scopri che, arrampicata a parte, ama anche andare in bici e correre, e che i suoi tempi sono di tutto rispetto anche senza allenamento, allora decidi che “l’uomo Manolo” ha tanto da raccontare e che vale la pena cercare di approfondire la conoscenza.

Manolo in fuori pista by K. Dell'Orto
Foto ricordo del Land Rover Winter Tour 2014/2015, con Manolo e Michela Toninel by K. Dell'Orto

L’INCONTRO
E così ti ritrovi, ad un paio di mesi di distanza, in viaggio alla volta del Trentino con il navigatore puntato su una via a su un civico che apparentemente non esistono. Mappa del paese alla mano, non senza qualche difficoltà, arrivi alla sua abitazione.
Poco distante dal centro abitato e con vista sulle sue montagne, questa piccola perla nel cuore delle Dolomiti è frutto del suo lavoro. Un vecchio maso tutto legno e pietra, il recinto dei cani ed un piccolo orto con tanto di spaventapasseri intenti a fare la guardia. Le pietre locali conficcate in verticale nel terreno, sulla strada a fondo chiuso (chiuso da casa sua!), richiamano il profilo delle vette e danno all’avvicinamento un non so che di mistico. Il tetto, dal quale pendono le bandierine nepalesi, racconta di paesi lontani.
Fuori c’è lui, con la bandana in testa e quegli occhi color ghiaccio, che aspetta sorridente. Sistema i quattro carboni che ancora ardono sul braciere di fronte a casa e ti offre un caffè in una tazza troppo grande.
Fare quattro chiacchiere, seduti dinanzi alla sua baita, circondati da oggetti e foto che per lui sono “normali” (ma a me sembrano “cimeli”) è emozionante.
Maurizio è un fiume in piena: racconta, a volte anche saltando da un discorso all’altro, ma racconta. Certo non è quell’essere schivo e solitario che alcuni amano dipingere. Forse non un personaggio mediatico, poco uso al grande pubblico e non amante della confusione, ma racconta e questo è quello che conta.
Dietro a lui, appeso al muro in una cornice semplice, un disegno di Mauro Corona. In casa una scultura rappresenta una figura umana, china su se stessa. Testimonianze di un’amicizia importante, ricca di aneddoti e ricordi forse mai raccontati.

ph. by. Calza

ALPINISMO, RISCHIO E CONSAPEVOLEZZA
Racconta così del suo modo di concepire la montagna e di come questa concezione si sia evoluta nel tempo.
“Sono un sopravvissuto, perché in montagna non esiste l’essere sicuri al 100%. In montagna gli incidenti succedono e spesso non sono prevedibili: il pericolo esiste, eccome! Quello che però ho sempre cercato di fare, anche nel periodo in cui scalavo in maniera molto più rischiosa, è stato imparare dai miei errori. Oltre all’evidente fortuna, necessaria anche nella vita di tutti i giorni per sopravvivere, trovo che in un terreno selvaggio e di avventura come quello alpinistico sia fondamentale avere una grande consapevolezza di responsabilità, caratteristica che mi ha portato a compiere scelte libere, ma che crescevano insieme a me, con la crescita altrettanto lenta dell’esperienza. Credo che sia stata proprio questa mancanza di sicurezza esterna che mi abbia portato ad averne una più solida, interna. Vivevo e vivevamo (per scelta) una forma di alpinismo di rivolta, slegato anche dalla sicurezza dei chiodi, lontano da qualsiasi contatto, in luoghi difficilmente raggiungibili. Nessuno sapeva dove eravamo davvero e le decisioni erano condivise e accettate dal compagno di viaggio. Non esistevano mezzi di comunicazione e tantomeno di soccorso immediato, ma proprio per questo la nostra attenzione era sempre altissima. Non avevamo molte informazioni ed eravamo continuamente di fronte a scelte difficili (ma responsabili) e a noi questo in fondo piaceva”.

ph. by M. Mocellin

 SBAGLIARE (MA NON TROPPO!) PER IMPARARE
“E’ stato un percorso voluto e cercato, eravamo liberi di vivere la nostra esperienza, magari in bilico fra il coraggio e l’incoscienza intrinseca di quell’età, ma che sicuramente ci ha aiutato a superare preconcetti e difficoltà. Gli errori servono e mi sono serviti per crescere: chi non sbaglia mai è sicuramente qualcuno che delega ad altri decisioni e scelte. Dagli errori e dalle sconfitte, anche da quelle piccole e personali, si impara e si cresce, anche se purtroppo non tutti riescono a crescere attraverso l’esperienza vissuta. Se devo essere sincero non mi sono sempre comportato in un modo razionale in quei luoghi, ma non ho mai delegato a nessuno questa responsabilità e tantomeno quella di un fallimento e a volte solo questo mi ha permesso di riuscire. Da soli la montagna è più pericolosa, ma la scelta è più facile e non è condizionata da nessuno: viene da una decisione interiore e istintiva arricchita appunto da un approccio di umiltà e rispetto con l’ambiente ed è un vantaggio…”.
Fare, sbagliare, imparare per non sbagliare più: una filosofia che è anche una lezione di vita.

QUESTIONE DI FISICO O DI TESTA?
Allenamento o bravura? Manolo non ci pensa due volte…
“Il talento da solo non porta da nessuna parte. Con la motivazione, il sacrificio e l’allenamento si possono sì raggiungere grandi traguardi, ma alla fine se mancano talento e forza mentale è davvero molto difficile. C’è chi nasce naturalmente portato per la verticalità, chi per essere veloce e chi per essere resistente. Io ad esempio non mi sono mai allenato in maniera seria durante i primi anni, le prestazioni sono venute da sole, arrampicando. Ho sempre amato camminare, andare in bicicletta e anche correre, attività che ho sempre svolto con grande (a volte addirittura esagerata) intensità e non credo che questo mi aiutasse molto nell’arrampicata sportiva. Solo negli ultimi anni, per fare le ultime prestazioni, ho iniziato ad allenarmi in un modo specifico e mirato. Anche se i tempi di recupero si sono rivelati molto, troppo lunghi ormai. L’allenamento estenuante ha inoltre peggiorato la salute già precaria di tendini e legamenti”.


ETERNIT: LA VIA-MANIFESTO DELL’ARRAMPICATA IN PLACCA
La sua attività culmina il 24 agosto 2009 con Eternit, nella falesia del Baule. Verticalissima, liscissima, con appoggi e appigli quasi inesistenti, questa via è la massima espressione del suo stile di arrampicata. Gradata 9a e ancora irripetuta (anche da Adam Ondra, considerato tra i più forti, se non il più forte, al mondo), Manolo l’ha definita come “la via che apre la scalata su placca verticale ad una nuova dimensione, oltre che un itinerario estenuante, che fa male alle dita, ai piedi e alla testa”. Eternit ha richiesto uno sforzo estremo, unito a tempi di recupero molto lunghi.
Definita da Andrea Gallo, che ha assistito Manolo in una delle salite, il manifesto dell’arrampicare, questa via non richiede semplicemente allenamento, quello non sarebbe di per sé sufficiente, ma padronanza totale del gesto arrampicatorio in relazione al tipo di roccia.

ph. by Zorzi

 ETERNIT: LE POLEMICHE E LA RISPOSTA DI MANOLO
Ad Eternit, il tuo ultimo capolavoro, sono purtroppo seguite delle polemiche. A queste tu non hai mai voluto rispondere apertamente. Vorresti ora prendere una posizione e controbattere un articolo pubblicato senza che nulla ti fosse chiesto e che ha screditato (agli occhi dei diffidenti e malpensanti, non di chi ovviamente ti stima) la tua immagine?

“Per quanto riguarda Eternit cosa vuoi che ti dica… io non sono l’unico frequentatore della falesia… Trovo invece molto strano che un direttore di un’importante rivista del settore, in 20 anni, non mi abbia mai fatto nemmeno una domanda, una telefonata, insomma non mi abbia mai parlato o chiesto nulla. Posso comprendere una decisa antipatia ma non la trovo una grande correttezza professionale. Mi sembra piuttosto arrogante il fatto di trovare impossibile un passaggio perché manca una crosta grande come mezza unghia se non l’hai mai provato com’era prima (anche se credo che le cose non cambierebbero nemmeno se ci fosse ancora). Tra l’altro stiamo parlando solo della parte bassa, quella più facile, di “Ho ce l’hai o ne hai bisogno”, ed è solo l’avvicinamento alla via vera e propria. Quel passaggio potrebbe anche essere diventato più facile e… se invece è diventato così insuperabile, come posso averlo ripetuto dopo quasi tre anni di inattività a quei livelli e poco dopo uno stop di 6 mesi per doppia frattura al gomito e la rottura di una costola? Senza calcolare l’età naturalmente! E questo lo possono confermare almeno quattro arrampicatori, fra i quali Adam Ondra. Ma soprattutto: chi ha detto che quello sia l’unico modo per passare e che sia il più facile? La morfologia ed i metodi usati possono rendere molto soggettiva la difficoltà. Alla fine credo che Eternit sia una bellissima via e che abbia segnato davvero un cambiamento in questo tipo di scalata, almeno per me. Non ha nulla a che vedere con tutte le altre salite di questo genere che ho realizzato, per difficoltà ed impegno (forse Roby Present l’avvicina un po’, ma è comunque molto diversa). A volte è solo questione di provare senza pregiudizi e senza pretendere di riuscire subito e comunque. Eternit è una bellissima via e forse merita più rispetto.
Voglio raccontarti un aneddoto…Un giorno, salendo per provare un altro progetto che avevo in una falesia più avanti, ho incontrato casualmente un arrampicatore che stava provando da solo top rope la via e mi sono fermato molto in disparte incuriosito a guardarlo. Poco dopo se ne è andato, ma la cosa l’ha talmente indispettito che pochi giorni dopo mi ha inviato una mail di insulti e minacce, dai termini piuttosto volgari .Strano anche questo…”

ph. by K. Dell'Orto 

martedì 19 maggio 2015

Maurizio Zanolla "Manolo"... lavori in corso!

Credits: Matteo Mocellin 
Questa è un'anteprima, una splendida anteprima (almeno per me). Pubblicherò a breve su Outdoor Magazine (la rivista è gratuita e consultabile anche on line) un servizio nel quale racconto il mio incontro con il mitico Manolo: sensazioni, emozioni e, in seguito, la visita a casa sua, le sue parole, la sua concezione dell'arrampicata. Mi è costato un po' di fatica, ma ne vado orgogliosissima! Stay tuned...


"Ho incontrato per la prima volta Maurizio Zanolla su una pista da sci. Fa ridere, può sembrare assurdo, ma è proprio così. Il Mago, la leggenda dell’arrampicata, se la volteggiava su due assi da telemark, con tutta la delicatezza e l’eleganza che contraddistingue questa specialità. 
Era il 22 febbraio scorso e Zanolla era stato invitato a presenziare in veste di “special guest” alla tappa livignese del Land Rover Winter Tour. Io giornalista e blogger per l’evento, lui ospite speciale. Quando seppi che il personaggio del mondo della montagna che quel fine settimana avrebbe rappresentato Land Rover sarebbe stato Manolo, non volevo crederci. La prima domanda, a mio parere lecita, è stata “Cosa c’entra Manolo con lo sci?”. 
In Italia, probabilmente nel mondo, il suo nome è indissolubilmente legato alla roccia, alla verticalità, al free solo, agli “appigli ridicoli” e, al massimo, al celeberrimo motto di Sector: “No Limits”.
Durante quel fine settimana, invece..."

martedì 28 aprile 2015

28/04/2015 Mezzegra: in falesia con il chiodatore (e scultore) Domenico Dodo Soldarini

Questo racconto, in parte pubblicato sulla rivista Orobie di Aprile 2015, mi ha preso il cuore. Conoscere Dodo, e poi scriverlo, mi è piaciuto moltissimo. Grazie!
 

«Dodo» apre il baule in legno. Il coperchio sembra pesante e seguo con lo sguardo il movimento delle sue mani, le cui tracce di magnesite tradiscono il recente contatto con la roccia. I muscoli dell’avambraccio si tendono leggermente sotto il peso. Continuo a osservare le sue mani, mentre si tuffano nel buio e ne tirano fuori un blocco di pietra. È una conchiglia. Sembra un fossile. Le spirali si inseguono l’un l’altra, formando un vortice, e l’alternanza tra lucido e opaco fa venire una gran voglia di toccarla, come fanno i bambini, per sentire come è al tatto. Appoggia la conchiglia sul tavolo. Poi un pesce. Sempre in pietra. Dei vasi. Una scultura astratta il cui profilo potrebbe essere un delfino. Un piccolo totem, che termina con il volto di un indiano e, sotto, un’incisione che somiglia a una farfalla. La osserva e si ferma un attimo, in piedi, di fianco al tavolo ormai carico di pietra lavorata e illuminato dall’ultimo sole della giornata. «Questo è uno dei primissimi – dice indicando l’indiano – e quello sotto, simile a una farfalla, è il simbolo della Tribù». Non fa riferimento a nessun gruppo di indigeni, a nessuna etnia o cultura. La Tribù è il gruppo di chiodatori indipendenti (provenienti da diverse zone del nord Italia) di cui Dodo ha fatto parte e che negli anni Novanta ha chiodato e liberato diverse vie multipitch e falesie sulle sponde dell’Alto Lario, ma anche in Val Masino, in Dolomiti e in Verdon.

 
Lui, Dodo, è Domenico Soldarini, 48 anni, nato a Como e cresciuto in Val d’Intelvi, ora residente a Santa Maria Rezzonico. Perché Dodo? Perché tutti, fin da bambino, lo hanno sempre chiamato così. Professione odontotecnico, è uno scalatore d’alto livello e da una decina d’anni si dedica anche a dare forma alla pietra. Sotto le sue mani la roccia prende vita. Come se in quegli spigoli smussati, in quelle onde e nella lavorazione delle superfici, imprimesse tutte le emozioni vissute in parete.

Sulla falesia di Mezzegra, ad esempio: è qui, su questo fascione di roccia grigio-gialla, che mi accompagna oggi. Saliamo superando l’omonimo Comune comasco, un insediamento di 952 anime, le cui prime testimonianze risalgono al 1409. Nel Medioevo dipendeva dalla potente Pieve dell’Isola Comacina, alleata di Milano. Dopo la distruzione della Comacina (nel 1169) il borgo seguì le sorti dei paesi limitrofi, soffrendo le devastazioni inflitte dai soldati e dai mercenari, in guerra per la successione al Ducato di Milano. Lo stesso destino di molte altre comunità. O almeno così è stato fino alla Seconda guerra mondiale. Proprio mentre il conflitto volgeva al termine il nome dell’abitato si legò per sempre alla fucilazione del Duce. Un evento che qualche anziano in paese ricorda ancora, oltre che per averlo letto sui libri di storia, per averlo vissuto.


L’accesso alla falesia è comodo, ben tracciato e richiede una mezz’oretta di cammino. Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio della chiesa, con zaini e attrezzatura in spalla, imbocchiamo la strada acciottolata che, costeggiando il cimitero, prosegue in salita per poche centinaia di metri, prima di diventare più stretta e ripida. Dopo una serie di gradini prendiamo una traccia sulla destra, che attraversa un pratone coltivato a ulivi e continuiamo a salire, verso la falesia. Essendo esposta a est prende il sole fin dal primo mattino ed è frequentata generalmente nelle mezze stagioni e nei mesi invernali. Dodo sembra voglioso di mostrarmi quella che lui sente un po’ come una delle «sue falesie». Chiodata negli anni Novanta dai monzesi Fabrizio Moroni e Claudio Pagani, questa fascia di roccia andò in un primo momento in disuso per via dell’avvicinamento  e della chiodatura a volte un po’ distante. Prima di arrivare sotto la parete principale, verticale e a tratti leggermente strapiombante, ci imbattiamo nella Grotta. Un settore molto strapiombante, con tiri tecnici e di continuità, e gradi che vanno dal 7a all’8c.
«Mi dispiaceva che un sito così bello, con roccia ottima e in un luogo tanto selvaggio, non venisse giustamente valorizzato», racconta Dodo mentre, impugnando un falcetto e con la maglietta pittorescamente avvolta sulla testa a mo’ di bandana, ripulisce il tracciato e si fa strada tra i rovi che, in estate, cercano di inghiottirsi il sentiero. «Nel 2000 ho pertanto deciso di mettere mano anche a questa falesia, sostituendo spit, facendo un parziale lavoro di richiodatura, aprendo nuovi itinerari e qualche variante di quelli già esistenti».
Nel frattempo, senza troppa fatica, arriviamo fin sotto la falesia. Mentre appoggiamo gli zaini, prepariamo corde, rinvii e moschettoni, ci godiamo il panorama del lago sotto di noi e del Legnone di fronte.
Non un filo di vento a increspare le acque, uno specchio argentato dalla leggera foschia che, presto, dovrebbe lasciare spazio a un bel cielo terso. Dodo indica la fascia di roccia che incombe sopra le nostre teste: un lungo muro a tacche, intervallato da brevi tetti e da spettacolari «canne» che salgono sul giallo. Il sentiero arriva circa a un terzo della parete, che per comodità è stata suddivisa in due settori: rispettivamente sinistro e destro, in relazione al sentiero. È qui che Domenico comincia a raccontare della passione per la scultura, alternandola ai ricordi sulle giornate trascorse in falesia con la tribù, a scalare e a chiodare. Come se, in fondo, per lui scalare e scolpire fossero la stessa cosa. Perché anche le vie sono, in un certo senso, opere d’arte. Chi chioda dà vita a qualcosa di nuovo, individuando la linea da salire all’interno di un mare di roccia.


Saliamo verso destra, dove i tiri sono più corti ma più intensi e dove Dodo decide di “riscaldarsi”. Qua le partenze, fisiche e leggermente strapiombanti, sono seguite da muri verticali o appoggiati, decisamente più tecnici. A sinistra, invece, prevalgono i tiri più lunghi e di resistenza. Proprio in quest’ultima parte Dodo ci convince a provare Mistral (grado 6c+). Venticinque metri di continuità e resistenza, considerato uno dei tiri più estetici non solo di Mezzegra ma dell’intera area. La chiodatura, sicura ma non ravvicinata, rende i passi-chiave obbligati. Mistral è un tiro estremamente logico perché, dopo una partenza su tacche tecniche e movimenti di equilibrio, si sviluppa lungo una sequenza di canne e concrezioni presenti solo in questo tratto dell’intera falesia. Questa parte centrale è meno di equilibro e più fisica, con movimenti di allungo su prese quasi sempre buone e passi di aderenza. Gli ultimi metri salgono un muro verticale, a tacche nette e gocce, e permette allo scalatore di tirare un respiro di sollievo ma non certo di rilassarsi.
A Mistral seguono altri tiri, fino al calar del sole, ma Dodo aveva ragione: Mistral rimane nel cuore e, se vissuto con il giusto spirito, permette di capire appieno la stretta relazione tra scalata e arte.


Dopo qualche salita, eccoci di nuovo nell’abitazione di Dodo a Santa Maria Rezzonico. Faccia a faccia con la sua vene artistica fatta di conchiglie, indiani, vasi, pesci. A tratti levigata, piuttosto che lucidata o bocciardata, l’arte di Domenico Soldarini è passata da una prima fase principalmente figurativa ed una seconda, più astratta. «L’idea di dare forma alla materia, di plasmare, mi è sempre piaciuta. Con la scultura ho iniziato da autodidatta. A volte le cose succedono così, per caso. Vedi dei sassi la cui forma ti ricorda qualcosa, li porti a casa e poi decidi di comprare un flessibile e di cercare di realizzare quell’immagine che hai in testa. La roccia di Mezzegra non può essere lavorata con scalpello e martello, come invece accade con il marmo. È dura e fragile, e per lavorarla si utilizzano dischi diamantati. A volte vado da un amico (scultore) che mi dà delle dritte su come scolpire, sulle forme, sui pezzi che possono avere, a suo parere, un valore anche in termini economici. Nella scultura, pur libera che sia, esiste tutta una serie di regole riguardanti forme, volumi e linee che vanno rispettate se si vuole che la propria opera sia priva di imperfezioni. È un percorso in continua evoluzione». L’opera perfetta? «Credo non esista. Esattamente come non esiste la via di roccia perfetta. C’è sempre spazio per il miglioramento e anche quello che in un primo momento sembra privo di difetti, col tempo, non si rivela tale». Alla ricerca della perfezione, si direbbe, e il luogo in cui Dodo vive e produce le sue sculture, che sembra un angolo di paradiso sfuggito per caso al Creatore e dimenticato in Terra, di certo non può che ispirare la sua arte. Insieme alle sculture, ordinatamente sistemate in un raccoglitore ad anelli, ecco comparire anche relazioni di vie e falesie (tra queste anche quella di Mezzegra) tutte disegnate e scritte rigorosamente a mano.

giovedì 23 aprile 2015

22/04/2015 Mauro Corona: racconto semiserio di un uomo solo apparentemente semiserio


Questo racconto non sarà, volutamente, serio. Non potrebbe mai esserlo, perchè fa ridere. Come l'ho incontrato, le prime impressioni, i miei stati d'animo... tutto fa ridere. Per questo sarà un racconto volutamente semiserio.
Il tentativo, però, è quello di descrivere un uomo che, sebbene cerchi di apparire semiserio, è invece serissimo, per lo meno nei concetti che trasmette durante le sue serate. Non credo sia finzione, non credo reciti. Credo piuttosto che lui sia proprio così: carismatico, brillante sul palco, capace di spiazzarti sputandoti in faccia verità talmente ovvie che il nostro "dare per scontato" è diventato incapace di vedere. E lui invece le mette in luce queste verità. Erano lì, sotto il nostro naso, ma non le vedevamo. E fa bene all'animo, perchè strappando un sorriso, aiuta a riflettere.

Che non sappiamo osservare. Che i nostri bambini giocano con le dita e hanno disimparato a giocare con le mani. Che amare significa non chiedere. Che la fedeltà a volte (o spesso?) può far male. Che la verità va perseguita, ma che ci sono segreti che è bene che rimangano tali. Che chi viòla un segreto poi spezza la magia e ne rimane inevitabilmente deluso. Che nella vita ci sarà sempre chi tenterà di tagliarci le ali. Che Dio sta ovunque, se sappiamo vederlo. Che nei boschi dovrebbero esserci dei caratelli che invitino a non fare troppo baccano. Che la natura una volta parlava e l'uomo la ascoltava. Che ora, in alcuni luoghi, ha smesso di parlare e, anche laddove parla, i più non la sentono. Che si mangia bene ovunque, soprattutto se sei a digiuno da una settimana. Che il momento del riscatto non è più tanto lontano e la montagna tornerà a ridere. Che....



"E tu chi sei? Ma io non so, non so neanche perchè ti hanno esposta a questo pericolo. Poverina...!". E mi guarda con i suoi occhi scuri Mauro, da sotto i capelli pepe che gli lambiscono la fronte. E non so se avere paura o se scoppiare a ridere. Bell'inizio! Ho sfoderato uno dei miei migliori sorrisi, ma non è servito a nulla. Questo non me lo conquisto con un sorriso. Se poi facessi la smorfiosa, sono certa, gli starei ancora più sulle palle. Chi sono?... Eh sono quella che deve salire sul palco insieme a te, la "moderatrice", così sta scritto sul biglietto. Sono quella che vorrebbe fare una briciola di scaletta e capire di cosa parlare sul palco del Donizetti. Invece tu mi dici che si va a braccio e che le scalette non esistono. Povera Tatiana, prigioniera di quello stereotipo secondo il quale se ti prepari bene, se fai i compiti e ripeti la lezione, allora tutto andrà bene. Sono qua da mezz'ora, il cuore mi batte a mille e non ho la minima idea di cosa accadrà tra due ore su quel palco. Una fottuta paura mi blocca il fiato e cerco qualcosa da dire, e magari anche qualcosa di intelligente, ma davvero non mi viene nulla. Allora penso che è meglio restare in silenzio ed ascoltare. Penserà che io sia stupida? Beh, che lo pensi pure... ho la lingua intrecciata su se stessa. Vorrei che mi uscisse roba tipo una citazione colta, invece sono muta.

Mauro parla di tutto, seduto al tavolino del bar, tranne che della serata che lo (o meglio ci) aspetta. Parla della sua baita, del viaggio verso Bergamo, della sua vita... Parla anche delle donne. Di donne fatte strane, rapite dalla gelosia, prigioniere dei sentimenti. Io ascolto e mi chiedo se sia lui che le donne non le capisce, o se siano le donne a non capire lui. Ma lui è coerente, quello che dice (giusto o sbagliato che sia) non fa una piega e concludo che probabilmente sono le donne a non capire lui.

Lui non lo incanti, non lo incastri, non più. Si è fatto la scorza pare, anche nei confronti delle donne. Non che non gli piacciano: gli piacciono, eccome, ma preferisce non ubriacarsene. E' l'età oppure è sempre stato di questo avviso? Chissà...

"Che hai da guardarmi?"... Mi incalza con un'altra domanda così, a bruciapelo, ma ora sotto la barba ha un leggero ghigno. Forse non gli sto tanto sulle palle. Forse.

"Mauro, io però ho paura ora". Credo che gli occhi mi si facciano grandi grandi nel dirlo. Lui mi guarda, accenna un mezzo sorrisetto, quello di chi ha già capito tutto. Ma cavolo come fa a non capirlo? E' comprensibile la mia agitazione: non so di cosa vuole parlare sul palco, non so nulla e non me lo dice.
Sono le nove meno cinque, il teatro è sold out, lo spettacolo inizia tra 5 minuti e noi siamo seduti al bar come se niente fosse! Mille pensieri mi passano per la testa ma lui li interrompe di colpo.
"A che ti serve agitarti? Andiamo, saliamo sul palco e ci proviamo. E vediamo come va. Come tutto nella vita, si prova e poi si vede come va!". Di colpo ha dato un calcio a tutte le mie paranoie, come direbbe lui le ha prese a calci in culo, e loro se ne sono andate, sdolorando.

"Va bene, io ci sono, andiamo e proviamo, però ti toccherà fare da capocordata...". Sorride.



Dieci minuti dopo su quel palco ci siamo saliti. Per fortuna con quella frase aveva spazzato via ogni paura. E' stato un buon capocordata, quella sera, attento e premuroso. Mi ha tenuta tirata quando serviva e mi ha lasciato quel poco di lasco che serve per imparare a volare.



Sul palco, spettatrice del suo show improvvisato (come nel suo stile) eppur logicissimo. Tutto torna, tutto scorre, Panta rei.
Io, calamitata da lui, come il pubblico, ne sono uscita con una gran voglia di imparare , ascoltare, sperimentare. Perchè c'è così tanto da imparare.

Grazie Mauro e alla prossima!


martedì 25 novembre 2014

Angelika Rainer, la regina dei ghiacci

Buongiorno a tutti. voglio riportare di seguito un paio di articoli che ho pubblicato (Prima su Stile Alpino e poi su L'Eco di Bergamo) sull'amica (questo termine mi rende orgogliosa) Angelika. Atleta che spero di poter aver modo di seguire anche in futuro :)




STILE ALPINO - LA RIVISTA DEI RAGNI DI LECCO

Quando vedi le foto invernali di Helmcken Fall (Canada), non puoi che rimanere a bocca aperta e pensare chi mai possa essere in grado di salire quelle enormi, mostruose stalattiti di ghiaccio che, con fare minaccioso e fascino indescrivibile, incorniciano l’enorme cono di neve e ghiaccio che si trova alla base della cascata e dentro il quale l’acqua, cadendo dall’alto, vi si getta con un fragore assordante. Te lo immagini, quel frastuono, e quasi ti pare di sentirlo. Le figure di ghiaccio che si formano sulle pareti della grotta, alta 150 metri, non sono altro che gli spruzzi della cascata che, complici le rigidissime temperature dell’inverno canadese, solidificano contro la parete. Una meraviglia della natura e un sogno per i migliori iceclimber.
Pensare poi di intervistare l’altoatesina Angelika Rainer, prima donna che nel 2014 si è messa alla prova su questo terreno, è estremamente emozionante.
Angelika, se non la conosci, finisci con l’immaginartela come una donnona grossa e forzuta (come quelle che vedi alle Olimpiadi nel lancio del peso o del giavellotto) perché, per fare quello che fa, ci vuole forza.
Poi la vedi e ti accorgi che è esattamente il contrario. Al nostro incontro si è presentata in pantalone bianco, sandalo non troppo alto e magliettina nera ricamata. Sul metro e sessantacinque e decisamente magra, mai e poi mai te la immagineresti appesa nel vuoto, a diversi gradi sotto lo zero, tra colonne di ghiaccio che potrebbero cadere da un momento all’altro. Questo fino a che non ti trovi davanti alle fotografie e non ascolti la sua storia. Le si illuminano gli occhi quando comincia a raccontare , davanti ad un Martini bevuto in Bergamo, della spedizione che a febbraio del 2014 l’ha portata, insieme al compagno Marco Servalli e al fotografo Klaus Dell’Orto, oltre oceano per provare la cascata.
Una spedizione da “toccata e fuga”: quattro giorni per portarsi a casa una via, dopo un volo di venti ore e un viaggio in macchina di dieci (sotto una nevicata fittissima), per arrivare nella zona delle Rockymountains a nordest di Vancouver (British Columbia).
Il luogo è stato “scoperto” nel 2009 dal canadese Will Gadd e dall’inglese Tim Emmett che hanno effettuato la prima salita della linea Spry On, provvisoriamente gradata WI10.
“L’idea di essere la prima donna al mondo a provare queste vie, una volta viste le immagini e letto i commenti dei due top iceclimbers, mi ha subito galvanizzata. Il muro della cascata, largo almeno 300 metri, è molto più grande di come lo si possa immaginare ed ha un potenziale altissimo. Quando parcheggi l’auto su quello che nel periodo estivo è il belvedere dal quale i turisti si affacciamo ad ammirare la cascata, non riesci a vederla in tutta la sua maestosità. Da lì cominci a scendere in un bosco ripido e infine, per ovviare ad un salto, sei costretto ad una calata di una quindicina di metri. Insomma, arrivi giù, giri l’angolo e te la trovi davanti. E’ colossale e incute anche un certo timore. Verso mezzogiorno, nella settimana in cui siamo stati ad Helmcken, la temperatura saliva intorno agli zero gradi e le stalattiti (le più grosse erano dei veri e propri camion che pendevano dal soffitto) cominciavano a sciogliersi e a staccarsi”.

Angelika racconta concitata, quasi stesse rivivendo quei momenti, davanti al bicchiere che rimane pieno. Le parole scorrono come un fiume in piena e ci spiega che, nel comunicato stampa fatto girare prima della spedizione (sponsorizzata da Berghaus), annunciava la salita di Wolverine, via aperta da Emmett insieme allo sloveno Klemen Premrl nel febbraio 2012 e gradata WI11. Se su questa linea non avesse trovato le condizioni idonee alla salita avrebbe optato per salire Spray On. Per prepararsi a questa impresa, sempre insieme a Servalli, si è recata nel dicembre 2013 nella regione di Alberta (sempre in Canada) e ha scalato Steel Koan nella celeberrima Cineplex Cave, vicino al Lake Luise. (ndr. Per i non addetti ai lavori Steel Koan è la via di misto più dura del Canada).





ECO DI BERGAMO

Nome: Angelika. Cognome: Rainer. Professione: alpinista, arrampicatrice, iceclimber. Residenza: sulle carte è ancora altoatesina ma di fatto si è trasferita,  da un paio d’anni, nel comune di Gandino, in Valle Seriana, dove vive insieme al compagno Marco Servalli.
Succede qui, in provincia di Bergamo, che vai a fare benzina oppure la spesa al supermarket e ti ritrovi lei, la campionessa del mondo di arrampicata su ghiaccio, in coda per pagare alla cassa.
Il suo viso, facendo capolino su siti e riviste di settore, è ben noto agli appassionati di montagna. Ma se non te ne intendi di queste cose, e quindi non la conosci, la campionessa potrebbe passare inosservata. Perché lei, Angelika, è una tipetta semplice e riservata. Parla a bassa voce, chiede “per favore” e ha il sorriso facile. Veste come qualsiasi altra ragazza e a tradirla, forse, è solo l’accento piuttosto marcato.
Atleta di fama internazionale, la sua vita si svolge tra Gandino (dove vive con il compagno Marco), Merano (dove risiede la famiglia d’origine) e i luoghi magici che fanno da cornice alle sue spedizioni e che spaziano da un lato all’altro del mondo. Questo non le impedisce di essere attiva anche nel territorio in cui vive. Ieri sera, per esempio, ha partecipato ad uno speciale allenamento organizzato dal gruppo di arrampicata sportiva Koren, nella palestra dell’oratorio di Gandino, mettendosi a disposizione di chiunque volesse allenarsi insieme a lei. E’ strano pensare che invece, fino ad un paio di settimane fa, era ad allenarsi in Corea, in vista della Coppa del Mondo di iceclimbing, e che poi da lì sia volata direttamente in Giappone (a Seoul), prima di tornare a casa, a Gandino. Tra tre settimane, invece, sarà la volta degli Usa, in Montana, dove disputerà la prima tappa di Coppa del Mondo di arrampicata su ghiaccio.
Senza farsi pregare, e con il solito sorriso stampato in faccia, ci racconta come ha iniziato e quali sono gli intrecci che l’hanno portata a vivere nel cuore delle Orobie bergamasche.
“Sono nata a Merano nel 1986. Da bambina mia madre mi portava a fare lunghe passeggiate sulle montagne di casa. Il contatto con la roccia, sempre grazie a mia madre, è stato amore a prima vista. E’ sempre la mamma che, assecondando la mia naturale passione, mi iscrive a 12 anni ad un corso di arrampicata per ragazzi organizzato dalla palestra della mia città. Dopo pochissimo partecipo alla mia prima gara (peraltro anche la prima competizione di arrampicata giovanile regionale organizzata in Alto Adige). Arrampicare mi piace moltissimo, sia sulle pareti artificiali che in ambiente naturale. Nel 2008 realizzo la prima salita femminile della via “Italia 61” in Dolomiti”.
Nonostante i successi su roccia, tuttavia, Angelika si accorge di desiderare nuove sfide e nel 2005, quasi per caso, partecipa ad una gara di dry tooling (arrampicata con piccozze su roccia) a Bolzano, vincendola. E’ la seconda volta che Angelika, nella sua vita, impugna le piccozze. Ed è  proprio in questo anno, nel 2005, che la Rainer arriva per la prima volta a Gandino, per partecipare ad una tappa di Coppa Italia di boulder e dry tooling. In questa occasione conosce Servalli. Ognuno tuttavia ha la propria vita privata e i due rimangono semplici conoscenti per diversi anni. La svolta avviene nel 2009.
“Era il mese di dicembre ed era il mio primo viaggio in Russia. La gara era vicinissima e non riuscivo a sistemarmi con i vari permessi. Sapendo che Marco, per lavoro, aveva già avuto a che fare con la burocrazia russa, ho pensato di contattarlo e di chiedere il suo aiuto. Ecco, credo sia iniziato tutto quel giorno. Ora Bergamo è la mia casa. I bergamaschi, in particolare il gruppo di arrampicata Koren, mi hanno accolta come una di loro, persino lasciandomi mettere, sulla loro struttura artificiale, delle prese su cui salire con le piccozze”.
Nel 2008 Angelika conquista la prima vittoria di Coppa del Mondo e nel 2012 si aggiudica la classifica generale della Coppa del Mondo di arrampicata su Ghiaccio.
Ha inoltre vinto tre Campionati del Mondo consecutivi nel 2009, 2011 e 2013. In tutte queste imprese il compagno Marco è sempre stato al suo fianco. Lo scorso inverno è stata la prima donna a scalare una linea di ghiaccio ad Helmcken Fall (Canada): una cascata alta 150 metri i cui spruzzi, complici le rigidissime temperature dell’inverno, creano enormi stalattiti di ghiaccio che pendono dalle pareti della grotta che gli sta alle spalle. Su queste stalattiti, talvolta alte come dei bus, Angelika è salita con ramponi e piccozze, a diversi gradi sotto lo zero. Per prepararsi a questa impresa, sempre insieme a Servalli, si era recata nel dicembre 2013 nella regione di Alberta (Canada) e aveva scalato Steel Koan nella celeberrima Cineplex Cave (ndr. Per i non addetti ai lavori Steel Koan è la via di misto più dura del Canada).



venerdì 26 aprile 2013

25/04/2013 I punti di Berti, Monte Piezza, Val Preda rossa (SO)

Lungh: 200 mt circa
Diff. VI max.

Avevo appeso le scarpette al chiodo. Me ne ero convinta. Da quattro mesi vedere foto di vie non mi dava più alcuna emozione. Zerooo! Poi, un paio di settimane fa, contatto il mitico Belingheri (capo servizio sport de L'Eco di Bergamo) e gli propongo un pezzo sul Melloblocco. Non mi risponde subito. Insisto un po', raccontandogli che sono tantissimi ì bergamaschi che vi partecipano, che se vuole gli faccio una lista, che non si può non parlarne. Quando la fatidica lista di partecipanti arriva ad una cinquantina, il Beli mi dà l'ok.
Nel frattempo, grazie a Raffo scopro l'esistenza di un tal Federico Madonna, nativo di Alzano, morto giovanissimo, tra i primi sassisti della Valle. C'è la storia. La storia mai scritta. Non sto più nella pelle.
Incontro Ennio Spiranelli e Jacopo Merizzi, i quali mi forniscono informazioni e foto.
Nasce così la storia di Federico, apprezzata da L'Eco e pubblicata in una pagina interamente dedicata al Melloblocco (e riportata di seguito), e... magia... torna la voglia di scalare!







Un talento straordinario e una forza esplosiva, uniti a quel pizzico di irresponsabilità che caratterizza i fuoriclasse. In soli due anni riuscì a far capire a tutti di che pasta era fatto. Di cosa sarebbe stato capace, purtroppo, lo si può solo immaginare. Federico Madonna, nativo di Alzano Lombardo, classe 1961, morì infatti non appena compiuti i 18 anni, in un banale incidente in canoa. Troppo presto per passare alla storia. Troppo presto perché si potesse scrivere di lui. Ma ciò non significa che lui, Federico, non abbia lasciato un’impronta di sé in Val di Mello. Fu il primo bergamasco a salire quelle pareti e ad arrampicare sui sassi, oltre ad essere il più veloce sassista di sempre.
Ricostruire la vita di questo ragazzo non è facile. La sua storia è passata di bocca in bocca, ma il tempo tende a cancellare i ricordi, rimasti vividi solo nella mente di chi lo ha conosciuto.
“Era uno sportivo eccezionale– racconta l’alpinista Bergamasco Ennio Spiranelli, di Nembro –Il padre, proprietario di una macelleria ad Alzano, raccontava che, da quando il figlio aveva scoperto l’arrampicata, lo trovava spesso ad allenarsi, nel retro della macelleria. Io lo vedevo in Cava, a Nembro, scalava sulla parete che ora, in sua memoria, porta il suo nome”.
Federico era giovane, forte e rivoluzionario, in aperto contrasto con gli ambienti conservatori di quell’alpinismo classico nel quale predominava la competizione per il raggiungimento della vetta, che si ostinava ad utilizzare lo scarpone rigido e che arricciava il naso davanti alle moderne scarpette da arrampicata che già spopolavano tra gli scalatori della Yosemite Valley, in America.
A cambiare la sua vita fu l’incontro con Jacopo Merizzi, qualche anno più grande di lui, oggi guida alpina e memoria storica della Val di Mello. Con lui, Federico conobbe la Valle, sposò immediatamente l’etica dei sassisti e trasferì lì, per due anni, tutta la sua attività alpinistica.
Ha raccontato di Federico con naturalezza, come di un fratello minore. Gli occhi tersi come il cielo nelle belle giornate di sole, però, mal celavano la commozione.
“Federico era istintivo, saliva, senza pensarci due volte. Era il periodo esplorativo della Val di Mello. All’epoca gli alpinisti erano solo di passaggio, diretti verso gli imponenti Badile, Cengalo, Picco Luigi Amedeo. Guardavano di sfuggita le pareti della Valle, considerate inaccessibili: placche di solido granito, liscio e improteggibile. Non una tacca su cui appoggiare lo scarpone, non un appiglio da stringere. Fummo noi “sassisti” che, a partire dal ’75, iniziammo a pensare di scalarle. Con le scarpette, ovviamente, non con gli scarponi. Volevamo cambiare il modo di arrampicare, spingerci dove l’alpinismo classico neppure osava immaginare e Federico si unì immediatamente a noi”.
Insieme al gruppo dei “sassisti” Federico scalò molte vie aperte in quegli stessi anni in Valle. Vie che ancora oggi incutono timore. A lui si deve l’apertura della storica “Patabang”, di difficoltà non elevatissime ma poco ripetuta perché completamente improteggibile.
Sulla Presolana esiste anche la via “A Federico”, aperta in memoria del giovanissimo fuoriclasse bergamasco da Ennio Spiranelli, nel 1981.

VIA I PUNTI DI BERTI AL MONTE PIEZZA, IN VAL PREDA ROSSA

La via sale a sinistra delle più famose (e più interessanti Ottobre Rosso e Cattoalcolisti), ma come ho detto, dopo i mesi di ferma, l'obiettivo non era certo la "viona" ma bensì vedere come fosse la sensazione di appoggiare nuovamente le mani sulla roccia.
Una bella sensazione: il calore del sole, la brezza leggera, i panorami immensi.
La via è chiodata a spit, a tratti un po' lunga, ma anche integrabile.
Si sale su placche di granito lavorato, alternate da tratti a gradini e un paio di cenge erbose. Interessante l'ultima lunghezza, una bella lama (passi di VI), ben spittata e, qualora necessario, proteggibile con friend piccoli seguita da una bella placca lavorata (V+).
Ta'