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giovedì 25 agosto 2016

Nomade sì... ma con appoggio!


Una nomade con appoggio”, dove l’appoggio sarebbe la mia residenza in provincia di Bergamo. Ho sorriso quando, qualche giorno fa, il mio fratellino 17enne mi ha definita così. “Mia sorella è una specie di nomade, ma con appoggio”. Ha detto proprio così. E me lo immagino mentre pronuncia questa frase, con quel fare canzonatorio e quel suo sorriso sornione. E allora la mia mente corre a metà agosto quando, in Val Tesino, scattavo con il cellulare e giusto in tempo prima di vederlo definitivamente in modalità OFF, la foto dei miei piedi accavallati all'entrata della tenda. Piedi che ridono, affaticati dal continuo su e giù per sentieri che non conosco. Senza meta ma con la voglia di andare. Piedi che entrano in fibrillazione e dicono "questa sì che è vita". Piedi nomadi, che si sentono a casa solo lontani da casa. A 300 chilometri dall'ufficio e dalla quotidianità e che sognano di averne altrettanti, di chilometri, da macinare sotto le suole. Piedi che possono svegliarsi la mattina e decidere di volgere a destra, a sinistra oppure di rimanere fermi. Piedi che stanno sempre due passi oltre la testa, perché tanto a guidarli è il cuore. Se potessi scegliere cosa fare nella vita, se fosse un mestiere, sceglierei di fare la vagabonda. Perché solo una “vagabonda per scelta” può permettersi il lusso di ascoltare cuore e piedi, e basta. Perché addormentarsi accanto ad un ruscello, cullata dal bisbiglìo dell’acqua, essere svegliata in piena notte dalle gocce di pioggia che punteggiano la tenda, aprire le palpebre con il taglio di sole che penetra la fenditura del proprio giaciglio, non ha prezzo. In un mondo dove tutto ha un valore quantificabile in denaro, questo è quello che non ha prezzo e che mi ricorda quando sia bello vivere. E anche se per un periodo di tempo limitato, che coincide con “l’evasione estiva”, è quella cosa a cui non potrò mai rinunciare. E così ogni anno è la stessa storia: zaino, tenda, piedi, cuore e via. La direzione è una, la meta invece non esiste: si definisce di giorno in giorno, ora dopo ora, a seconda di quello che  cuore decide di fare. I piedi e la testa, di conseguenza, seguono.

Tatiana Tia Bertera Manzoni


lunedì 28 dicembre 2015

26/12/2015 Passo della Presolana - vetta Presolana Occ. (2.521m) - Rif. Olmo - Rif. Albani - Colere

"E fu così che in una fredda (ma doveeee?) giornata d'inverno, baciati dal sol di dicembre, i tre baldi avventurieri conquistarono la vetta della Regina, mettendosi alla prova su ardui passaggi di secondo grado superiore, e valicato il Passo di Pozzera scesero fino al rifugio Olmo per poi risalire l'intera vallata e svalicare, in prossimità dello Scagnello, in direzione Albani. Temendo il ghiaccio (????) e l'imbrunire (ancora più ????) scesero indi verso l'incuneato paesello di Colere. E fu proprio in quel di Colere che la sfida si fece più avvincente: trovare un passaggio verso il calesse, lasciato a Passo della Presolana. Entrò quindi in gioco quella, che dei tre, potremmo definire l'amabil donzella, che raccattò con un sorriso e qualche moina un passaggio da quattro tipi che, provenienti dal lontano Quartoggiaro, erano venuti in villeggiatura nelle Valli Bergamasche. E fu così che Ser Mauro, sfidando la sorte, si addentrò su per la valle coi quattro sconosciuti mentre la donzella e Ser Lorenzo rimasero a Colere a sorseggiare un altro calice di birra, in attesa del ritorno dell'amico fidato".




Super allenamento con Lorenzo e Mauro che (grazie!!) si sono lasciati trascinare su una delle montagne che ho nel cuore e che mai mi stancherò di guardare. Da ogni lato...perchè la Presolana a me piace proprio da ogni lato! Partiti dal Passo della Presolana, abbiamo toccato la Cappella Savina, la grotta dei Pagani, per poi arrivare fino alla croce di vetta.




Sebbene Mauro ci abbia "dato la paga" in salita, precedendoci alla Cappella Savina ("Mauro, ma era per la bionda alla Cappella che sei salito così veloce?!?"), ci siamo rifatti sulle roccette per arrivare in vetta. (Ahahahahahha!).
Una volta scesi, all'altezza della Grotta dei Pagani, abbiamo deviato per il sentiero che taglia alto il ghiaione e porta a Passo di Pozzera. Da lì, nonostante un tentativo di "restare alti" (finalizzato a non dover risalire la Valzurio), siamo comunque finiti fino al Rifugio Olmo. Da qui abbiamo percorso l'inevitabile sentiero in discesa fino ai cartelli che indicano la continuazione per il Periplo della Presolana. 


E una volta giunti qua c'è poco da fare. Da quota 1.600 bigona salire di nuovo, lungo la Valzurio, fino allo Scagnello.




Da lì, fino al Rif. Albani e poi a Colere, è tutta discesa. Grazie ragazzi per avermi fatta anche correre un po' e grazie Lorenzo per aver "Gipiessato" il percorso! La prossima volta si chiude l'anello proseguendo anche per il Passo della Porta!
Consiglio: per il ritorno da Colere al Passo della Presolana, portatevi sempre dietro almeno una ragazza! Serve per adescare qualche driver e scroccare un passaggio fino al Passo. Senza donna al seguito non è detto che vi vada così bene! (e siate fiduciosi: non fate come Mauro che era già andato al ProLoco ad informarsi per gli orari dei pullman!). Io il passaggio l'ho trovato! Il passaggio più improbabile del mondo.... "Di dove siete? Di qua?"...."No, Milano, Quartoggiaro. Siamo venuti a fare un giro in montagna e volevamo salire con la seggiovia, ma ci hanno detto che il rifugio è chiuso". ...."Ehm, va bene, dai Mauro sali te con loro a recuperare la macchina!!! " :P

Alla prossima!
Tia

sabato 19 dicembre 2015

Novembre 2015 - Pizzo della Presolana Occ. (2521m) #running

Dislivello: 1200D+
Sviluppo: 12K circa
Percorso: Sentiero + ultima parte su facili roccette (II/II+)


E' successo in una bella giornata di novembre. Un novembre che sembrava un dicembre, quando i dicembri (come quest'anno) sembrano primavere e non inverni. Beh, insomma, un vero casino! Per dire che per essere novembre faceva decisamente caldo!

E' stato uno dei miei primi tentativi di running. Il Valtellina Wine Trail mi aveva esaltata un sacco. Sai, quelle cose che le fai e ti gasi per davvero, anche solo per averle fatte. Insomma... gasata com'ero mi sono chiesta quale montagna avessi davvero nel cuore e la risposta è venuta spontanea: nel cuore ho le mie Orobie. Un posticino poi l'ho ritagliato per la Regina-Presolana. Salita in ogni stagione, col caldo e col freddo, da sola o in compagnia, di giorno e di notte. Sulla Presolana sono stata da innamorata felice, da amica fidata e anche da innamorata delusa. La Regina ha assistito silente ai miei sorrisi, alle mie lacrime, a baci rubati e anche a qualcosa di più. E' stata complice della mia prima via lunga. Mi ha vista salire in una fredda notte di San Valentino, tavola in spalla e tre amici single e decisi a ridere alle spalle degli innamorati sbaciucchiosi (e finiti col Finazzi e me dispersi nelle buche di neve). Poi, sempre in pieno inverno, tra le creste sopra il Visolo... e anche quella volta lì finiti a dover scendere verso la Porta, per poi risalire. E poi mi ha vista partire alle 5 dalla macchina, per andare a vedere l'alba. Insomma, Presolana in ogni salsa. Ma mai di corsa, perchè correre per me non aveva alcun senso, almeno fino a qualche mese fa.

Fatto sta che, complice il mitico Mirko, mi sono regalata un mezzo pomeriggio di fatica. Mirko, che dice e si lamenta sempre di non essere in forma, è una guida alpina, e pertanto il suo "non sono in forma" va sempre preso con le pinze. Ha un cuore grande, Mirko. Questo gli va assolutamente riconosciuto.



Fatto sta che in poco meno di tre ore siamo arrivati in vetta e scesi nuovamente alla macchina. La salita, classico, non sono riuscita a correrla... Mentre in discesa abbiamo corso, entrambi, anche perchè avendo assistito al ramonto in vetta e non avendo le frontali, sapevamo già che avremmo dovuto farci il bosco al buio, illuminandolo con la luce del cellulare (si benedica chi ha inventato gli smartphone!!!!).


Consigliata?!? Certo. La Presolana è sempre la Presolana. Una montagna che anche se non l'hai nel cuore, una volta fatta, ti ci entra a forza. Bellissimo il pezzo di roccette finali che, soprattutto se fatto in inverno e con la neve, ha sempre il suo perchè.

Grazie Mirko!



giovedì 26 novembre 2015

18/11/2015 Carona - Rif. Longo - Il valore del saper guardare

Dislivello: 900D+

Un giro piuttosto corto, probabilmente scontato e da boy-scout o da famiglia col nonno anziano. Una roba da anziani, mi dicevo. Ci sarà tempo per andare al Longo, dicevo. Quando sarò vecchia, per esempio.
Settimana scorsa sono salita al Longo.
Sono vecchia? No, mai stata così viva, così piena di voglia di fare e così aperta alle novità. Qualcosa sta cambiando, dentro di me. Comincio a vedere con occhi diversi qualsiasi cosa: persone, luoghi, situazioni. Un giorno uno dei miei professori (uno di quelli delle scuole superiori che, mentre lui spiega, tu pensi al moroso che non hai!) disse che c'era una bella differenza tra vedere e guardare. "Vedere è superficiale, tutti vediamo. Guardare è altra cosa: richiede concentrazione e forse anche passione, richiede di entrare dentro le cose". Aveva detto proprio così e, alzando gli occhi dal foglio su cui scarabocchiavo cuoricini in un mix di appunti, pensai che effettivamente io, in quel momento, lo stavo solo vedendo. Se avessi avuto di fronte il fantomatico moroso che non avevo....quello sì che l'avrei guardato! Per tornare a noi, era per dire che ora mi pare (e sottolineo mi pare) di iniziare a guardare quello che fino a qualche anno fa semplicemente vedevo. Quello che prima non avrei mai fatto, ora diventa una piacevole scoperta. Sto lentamente imparando a gustarmi quei luoghi che prima snobbavo. Le montagne sopra casa, così vicine, mi fanno sentire come Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi sono accorta che ci sono tantissime cime su cui non ho mai messo piede, perchè troppo vicine! Che cretina. Lì a fare centinaia di chilometri (che non smetterò comunque di fare) e poi capire che anche qui c'è parte di quello che voglio. Non dico e non dirò mai frasi del tipo "Tutto quello che desidero è dietro l'angolo", "Non bisogna andare lontano per trovare quello che vuoi". Andare lontano, viaggiare, vedere e conoscere, rimane il mio sogno. Lo farò. Lo farò. Però ho scoperto che basta fare il passo dal vedere al guardare, e guardare le cose con occhi diversi, per fare anche di quanto visto e rivisto, una scoperta.





lunedì 16 novembre 2015

16/11/2015 Laghetti dell'Albergian (To) - Il punto di vista di un cane (con Michele Evangelisti - Ultratrailer)

località partenza: Laux (Usseaux , TO )
quota partenza (m): 1350
quota vetta (m): 2710
dislivello complessivo (m): 1360




Ciao. Mi chiamo Nepal. No, Nepal è riduttivo. Io sono NepalOne. Non Nepalone (tipo comparativo di maggioranza di Nepal) come spesso la gente tende a chiamarmi. Il mio padrone, che si chiama Michele, mi ha chiamato Nepal-One (come "uno" in inglese, come Air Force One... probabilmente perchè crede che io sia, come cane, il numero Uno!). Ed effettivamente, lo devo dire, io il numero uno lo sono per davvero! Il mio padrone mi dice sempre che, quando mi ha scelto al canile, ero lì che giocavo e "ridevo" con gli altri cani. E allora io mi chiedo come possa una cane ridere... Beh, io sono talmente speciale, pare, che ridevo. E poi sono super-bravo perchè, nonostante la taglia "importante", so essere sia un cane da casa che da outdoor. Infine, non per vantarmi, ma sono anche una specie di Vip, o meglio Vid (Very importat dog): ho persino un hashtag su Instagram (#nepalOne).


Il mio padrone corre. Non ho ancora ben capito se per lui sia un lavoro oppure un divertimento. Fatto sta che corre un sacco e io, probabilmente perchè gli voglio bene, probabilmente perchè Lui è la mia famiglia ed io sono la sua, mi sono adattato a questo stile di vita. E mi diverto un sacco. Ma questo fine settimana mi ha proprio "battezzato" (dovevo immaginarlo... con uno che di cognome fa Evangelisti, che cosa potevo pretendere?). A dargli man forte è pure arrivata un'altra folle. Un mezzo incrocio tra Heidi e Pippi Calzelunghe che, appena ha sentito che saremmo andati in montagna ha detto "Bello, portiamo anche Nepal!".

E niente. Mi caricano in macchina e, da Torino, arriviamo al borgo di Laux. Dalla piazzetta, proprio accanto ad un curioso murales, prende il via una strada sterrata (S/314) che sale verso il Vallone. Il sentiero risale un bosco di larici che, vista la stagione, sono tinti dei colori dell'autunno. Incontriamo un sacco di curiose sculture e fontane, nelle quali "puccio" sia il muso che le zampe, ci fermiamo a mangiare un boccone e discutiamo (anzi, gli umani discutono) circa la differenza tra bovidi e cervidi. La rossa non sa come sia fatto un muflone e io, sotto i baffi, me la rido. Come si fa a non sapere come è fatto un muflone?!


Tutto procede alla grande fino a che, dopo aver imboccato il sentiero 313, non arriviamo ad una vecchia caserma abbandonata. Bella. Il paesaggio qua si apre. Dopo aver esplorato un po' la vecchia caserma scopriamo, appena sotto di noi, il primo dei due laghi. 


E qua inizia il bello, almeno per me. Nel vederlo ghiacciato i due (il mio padrone e la Pippi) sono presi da un'indescrivibile euforia. E la "peggio cosa" è che contagiano anche me. Per farla breve, ci ritroviamo in tre a pattinare e a farci "selfie" sulla superficie gelata. Io, con le unghiette dritte tipo ramponi, un po' scivolo e un po' pattino.






Non contenti, dopo essersi congelati sul ghiaccio, i due guardano verso l'alto. Sopra di noi, un bel pendio pieno di neve. Sopra ancora, a naso, c'è il secondo lago. Io sono quasi pronto a tornare verso la macchina quando il mio padrone dice "Ma secondo te ce la facciamo ad arrivare anche al lago sopra o ci ammazziamo?". E l'altra (con fare da grande alpinista), "Ma certo che sì!".
E niente. ricominciamo a salire in mezza costa, tra neve e roccette sempre più ripide. Io li seguo, anche se a tratti mi fermo dubbioso. Saliamo e saliamo ancora una buona mezz'ora, fino a che non vediamo il secondo lago. 
Spettacolo.... anche se è meglio tornare subito, prima che arrivi il buio. Il bello però arriva ora. Loro scendono lungo la traccia di salita, con le mani nella neve. Io li guardo. Su un traverso un po' esposto "mi prendo male" e... decido si non scendere più! Hanno così da urlare "Dai Nepal, bravo, bello, vieni qua!"... Bello un cavolo! Adesso, come minimo, tornano su, mi mettono il collare e mi portano giù in sicurezza. Va proprio così e, un passo alla volta, siamo fuori dalla zona neve. Sì, ma insomma, quel traverso... una paura: mica ho i ramponi io!
Però, il mio padrone continua a dirmelo, sono stato bravissimo oggi.
Siamo già a metà pomeriggio e allora decidiamo tornare fino alla macchina correndo. 
Insomma, il pericolo è scampato, ma arrivo alla macchina schiantato e barcollante. Sono stanchissimo. Giuro che se tocco il divano, questa sera, neanche mangio e mi metto subito a ronfare.


Ecco, ultima foto della giornata (non ne posso più di foto), e poi tutti a casa.
Ecco, ma dico io, va bene outdoor ma così mi pare troppo.... però sono stato un eroe. Eh sì, ha proprio ragione il mio padrone a chiamarmi #NepalOne !!! Lo aveva capito lui che già da piccolo, quando ero lì nel canile a "ridere" con gli altri cani, ero il migliore....

lunedì 2 novembre 2015

01/11/2015 Laghi Gemelli: buona la prima... o l'ultima!




Lago Marcio
Prima salita di stagione ai Laghi Gemelli. Anche se la stagione volge ormai al termine. Anche se ieri, effettivamente, coincideva con la festa di chiusura del rifugio. Anche, anche, anche. Tutte scuse. E poi cosa sarà mai "la stagione"? Non c'è stagione che tenga se hai voglia di andare, di fare, di vedere. La mia stagione si è aperta ieri, in realtà. Parlo di "stagione mentale", quella che sta nella mia testa. La stagione ricomincia quando ti torna la voglia, o forse il bisogno, di andare. Io di voglia di andare, in fondo, ne ho sempre... Solo che il più delle volte, semplicemente, non so dove andare. Penso e progetto viaggioni, per i quali poi mi rendo conto di non avere quel tot di sghei necessari per partire. Oppure il tempo, manca il tempo. Allora comincio a figurarmi nella mente mete più vicine e abbordabili, perchè i soliti posti stancano. E infine capita che ti ritrovi, senza averlo programmato, in una giornata a dir poco spaziale, praticamente a due passi da casa e a riflettere (ancora una volta!) su quanto poco conosca le mie montagne. Quelle Orobie che dico di conoscere, no, non le conosco affatto! Altrimenti non sarei rimasta incantata ieri dinanzi alle tinte giallo-rosse di quell'Autunno che fino ad un mese fa definivo "stagione inutile e senza senso".
Carona, ore 9:25, temperatura - 5 gradi alla macchina. L'intento è quello di fare un po' di gamba, in vista del trail di sabato prossimo, e di recuperare quell'allenamento non fatto (ma che avrei dovuto fare per affrontare la competizione al meglio). Ma che volete che vi dica... Non so essere costante come vorrei, sul lato sportivo, e mi ritrovo a dare il tutto e per tutto all'ultimo momento. Volontà, dieci. Entusiasmo, mille. Costanza, ehm! Fascia calcata sulle orecchie, in pantaloncini corti e maglietta, Adidas ai piedi, gli altri (al parcheggio) mi guardano come una marziana. Che c'è che non va? Sarà mica perchè voi indossate, nell'ordine e dal basso verso l'alto, scarponcini da montagna, pantaloni lunghi, pile tecnico, giacca e uno o due altri strati sotto al pile forse?... E niente. A volte mi chiedo se sia io la strana, oppure se siano TUTTI gli altri ad esserlo. Parto. Il sentiero scorre veloce sotto ai miei piedi e io me li guardo bene tutti quei sassetti, che uno dopo l'altro accolgono il mio piede, lo sostengono, per poi rimanere alle mie spalle. Ascolto il respiro, che si fa più affannoso. Sbuffo, come una piccola locomotiva. Con le nuvolette bianche che si materializzano dinanzi alle mie labbra. Sbuffo e penso chi diavolo me l'abbia fatto fare. Avrei potuto essere in falesia ora, al sole. Oppure a passeggiare sul lago, mano nella mano con qualcuno, e invece sono qui, a fare fatica, pestare sassi e a "creare" nuvole di vapore acqueo. Salgo e salgo, cerco di correre un po' ma la salita mi spezza le gambe. Il suolo è ancora abbastanza gelato e ricoperto, a tratti, dal bianco della brina. Sono sudata, ora. La maglia mi si appiccica alla schiena, fredda. Che schifezza. Ma ormai sono in ballo. Io che ieri sera ero al compleanno di un amico. Io che ho mangiato gnocco fritto, pizza, tiramisù e quello stupido Beylis finale, del quale ho sentito il sapore sulla lingua fino a questa mattina! Cosa ci faccio qui?
Il bosco è quasi finito. Una coppia ferma, con la borraccia di the caldo in mano (dal profumo è tisana...), mi guarda passare. Ci salutiamo. Ci si saluta tutti in montagna, come se ci si volesse tutti bene, e in quel momento, anche se per poco, probabilmente è davvero così. Il bosco termina.


Ore 10:27, Lago Morto - temperatura boh. Ora capisco perchè sono qua. Perchè ho abbandonato le coperte calde. Ora, che il sole mi scalda la pelle, che mi entra dentro, che la montagna si riflette nelle acque gelide, ora capisco. Ne valeva la pena? Dio, se ne valeva la pena! Il sentiero si distende lungo la riva e procede in piano. Ora sì che posso correre. Respiro. Respiro a pieni polmoni, come se tra qualche secondo l'aria finisse e io dovessi farne scorta. Respiro e sono felice...


Ore 10:45, Rif. Laghi Gemelli - temperatura "fantastica". E sono qua. Seduta sui gradini che precedono l'ingresso, con una birra in mano (perchè i sali minerali vanno sempre reintegrati e se c'è una cosa che ho imparato da Orobie Ultra Trail è che, se hai corso, una birra non fa certo male). Sono qua che me li godo questi colori unici. Poco distante, "stravaccato al sole stile lucertola", il Vezz (per alcuni il Vezz, per altri il Nano), anche lui reduce dalla sera precedente, anche lui con la mia stessa idea. Il compleanno di Riki, lo gnocco fritto, il tiramisù e "chissà cos'altro" hanno provato un po' tutti. Ma noi, stamane, siamo i veri eroi...
Grazie anche a Klaus e Marion, perchè senza di loro non sarei mai stata qui :)

GRAZIE RAGAZZI!!!!!!
Ci sentiamo degli eroi, oggi...

lunedì 24 agosto 2015

24/08/2015 Cima Tosa, via Migotti (Dolomiti del Brenta)

Val D'Ambiez


Bella e facile salita in ambiente TOP. D'altra parte la Val D'Ambiez, con i suoi campanili e le sue pareti strapiombanti, è sempre una garanzia. L'idea di arrivare in cima (3.173 metri) non mi aveva neppure sfiorata fino a che non siamo arrivati (Mirko ed io) al nevaio (o meglio a quel che ne era rimasto). A causa del caldo intenso anche in quota, le condizioni erano anomale. Le scarpe affondavano nella neve e non si faceva alcuna fatica a gradinare anche nei brevi tratti ripidi. Niente ramponi quindi, anche se poi per salire abbiamo preferito indossare l'imbrago ed il caschetto rimasti nello zaino dalla falesia del giorno prima e usare uno spezzone di corda. L'uscita, sulla cupola di neve che si trova alla sommità, è spettacolare....così come il rientro, che si snoda su tracce di sentiero in un paesaggio quasi lunare.

Incantata


Paesaggio lunare



venerdì 3 aprile 2015

Il Tour intorno al Gran Combins (Valle d'Aosta)


Lo scorso anno ad agosto, insieme a Klaus, ho fatto un trekking molto carino e poco conosciuto. Il risultato del nostro giringiro è stato un articolo su La Stampa di Torino (scritto da Enrico Martinet), un resoconto dettagliato del trek (di seguito e sul sito del tour) e alcune belle foto di Klaus (con le quali è stata realizzata una mostra itinerante).


SE AVETE QUATTRO/CINQUE GIORNI E NON SAPETE CHE FARE...PERSONALMENTE LO CONSIGLIO.

Il Tour des Combins esiste dal 1996 ed è il risultato di una trentina d’anni di studi. Nel corso dei decenni è andato incontro a diverse modifiche, diventando via via sempre più interessante, soprattutto dal punto di vista naturalistico. Nulla di impossibile, ma richiede gambe allenate e capacità di adattamento a tutte le condizioni atmosferiche: nello zaino bisogna avere dalla protezione solare ai guanti, per non congelarsi le mani in caso di pioggia (che può diventare neve anche nel mese di agosto in prossimità dei passi alpini). Normalmente si articola in sei tappe, partendo da Saint-Rhémy-en-Bosses o da Bourg-Saint-Pierre e percorrendolo in senso orario.

 

L’idea di stravolgerlo è venuta come la cosa più naturale del mondo. Apri la cartina, la guardi e dal dire al fare ci passa davvero poco. Pur mantenendosi sullo stesso tracciato, il “Tour al contrario” parte dall’Italia (da By, da Glacier o da Ollomont in Valpelline) e richiede un impegno complessivo di 5 giorni. La domanda è : perché?

Perché è più comodo per chi proviene, come me, da regioni limitrofe alla Valle d’Aosta. Perché richiede un giorno in meno rispetto a quello “in senso orario”, perché è insensato precludere la possibilità di percorrerlo in un senso piuttosto che nell’altro e infine perché a volte è bello fare anche qualcosa di diverso!

 
15/08/2014 - Tappa 1 - da By ( 2.048 m, Valpelline) alla Cabane de Chanrion (2.462 m)

Partenza ore 10,30 - arrivo ore 16,15

 

 La prima tappa, salendo dalla Valpelline, è una passeggiata che funge da riscaldamento per quella, molto più lunga, del giorno successivo.

I prati verdi e ricchissimi di fiori lasciano presto il posto ai ghiaioni che portano al Col Fenetre de Durand (2.797 m). Appena sotto il colle l’occhio del ghiacciaio (caratteristica conformazione che somiglia, appunto, ad un occhio) osserva attento il viandante che salendo si dirige verso il confine con la Svizzera, luogo di rilevanza storica e culturale in cui si ricorda, attraverso una targa, il faticoso e sofferto passaggio di Luigi Einaudi dall’Italia verso il Vallese mentre “traeva esule in terra elvetica  la sua dignità di uomo e di scienziato valicando nella tormenta questo colle il 23 settembre 1943”.

 

Sempre in cima, sulla destra, il Glacier de Fenetre mostra i suoi caratteristici tagli verticali, che lo rendono simile ad una tela di Fontana.

Scendendo si passa attraverso un lungo residuo morenico che, a differenza di tanti altri visti in precedenza, sembra più che altro una terra devastata dai bombardamenti: a farla da padrona sono ora massi giganteschi, crateri e detriti di diverse dimensioni.

Il sentiero (in Italia segnato dal rombo giallo TDC e in Svizzera da quello rosso-bianco-rosso) porta attraverso prati e distese di fiori fino al fondo valle (circa 2.200 m) dove, dopo aver attraversato il fiume, risale verso il rifugio.

 

16/08/2014 - Tappa 2 – dalla Cabane de Chanrion (2.462 m) alla Cabane Brunet (2.103 m)

Partenza ore 7.00 - arrivo ore 18,45 Attenzione: d’ora in avanti è bene avere con sé una cartina dal momento che, a volte, è facile imboccare sentieri che escono dal TDC. Ad esempio stare attenti, dal rifugio, a prendere il sentiero che resta in quota e non scendere verso il fiume.


 

 La seconda tappa è probabilmente quella più impegnativa, con dislivelli e sviluppo importanti. Il primo tratto costeggia in quota il Lac de Mauvoisin passando per il Col de Tsofeiret (2.630 m).  Dopo un lungo ma piacevole attraversamento si arriva alla diga ad arco più alta del mondo (1.840 m) dove conviene fare una breve sosta (15 minuti perché oggi i tempi stringono) prima di prendere il sentiero che risale (ripido nella prima parte e poi decisamente più dolce) al Col de Otanes (2.846 m). Mille metri di dislivello tutti d’un fiato per godersi lo spettacolo, giunti al passo, del Glacier de Corbassiere. Il bianco del ghiacciaio, l’azzurro del cielo, gli impressionanti seracchi uniti al grigio della roccia fanno da cornice all’arrivo alla Cabane F-X Bagnoud a Panossiere. Da questa si seguono le indicazioni per la Cabane Brunet, passando sulla nuova passerella, costruita e inaugurata a luglio 2014 per evitare un tratto di ghiacciaio divenuto ostico. Un piccolo capolavoro architettonico che, fortunatamente, non contrasta troppo con l’ambiente tutt’intorno e che regala l’emozione del vuoto sotto ai piedi.


 

L’ultimo tratto della giornata, che conduce al rifugio, è tutto in quota o in discesa. Lo sviluppo è tuttavia notevole, soprattutto se affrontato dopo le 7/8 ore di cammino che conducono alla Cabane Panossiere.

 

17/08/2014 - Tappa 3 – dalla Cabane Brunet (2.103 m) a Bourg-Saint-Pierre (1.632 m)

Partenza ore 9,45 - arrivo ore 16,00 (con pausa pranzo di 30 minuti circa alla Cabane de Mille)

 


Il colore che predomina in questa tappa è il verde. Prati con mucche al pascolo e conche ricche di ruscelli e laghetti tanto da poter dire “Ah, questa sì che è la Svizzera delle pubblicità!”.

Dalla Cabane Brunet si giunge, senza troppo sforzo, al Col de Mille (2.472 m): stupefacente terrazzo sulle Alpi che, con guglie innevate e lingue glaciali che corrono verso il verde delle vallate, fanno da spartiacque tra Italia, Francia e Svizzera.

La bellezza del luogo ed il profumino che esce dalla Cabane de Mille valgono una breve ma soddisfacente pausa pranzo.

La discesa verso Bourg-Saint-Pierre è molto lunga e a tratti monotona. Arrivati al paese conviene pernottare all’Hotel Napoleon (il primo che si incontra proprio alla fine del sentiero e vicino alla fermata del bus che servirà la mattina seguente per raggiungere la partenza della penultima tappa). Cucina tipica, squisita, e personale gentilissimo.

 

18/08/2014 - Tappa 4 – da Bourg-Saint-Pierre (1.632 m) a Saint-Rhémy-en-Bosses in bus. Questo trasferimento permette di ripartire lo stesso giorno dalla frazione di Saint-Rhémy (1.619 m) e di salire a piedi fino alla Cabane Letey Champillon (2.375 m).

Partenza da Sain-Rhémy ore 10,40 – arrivo ore 17,15


 
Un comodo bus che parte dal parcheggio dell’ufficio postale di Bourg-Saint-Pierre porta, in meno di un’ora, a Bosses e, in 15 minuti circa a piedi, si arriva a Saint-Rhemy, da dove parte la penultima tappa del tour.

Passando attraverso una fitta pineta che occupa l’intero versante della montagna e che ripara dal sole si arriva fino all’attraversamento di un fiume sulle cui sponde si trovano un paio di baite private e casolari.

Da questo punto inizia la salita che coincide con l’ultimo vero sforzo del tracciato: la salita al Col de Champillon (2.708 m). Il sentiero sale diretto il versante della montagna per poi insinuarsi, una volta svalicata la cresta, in una conca e poi ricominciare a salire a tornanti verso il Col. In cima si apre d lo spettacolo offerto dalle creste del Morion e dalla cima del Gran Combin.

 

La discesa verso il rifugio e veloce e piacevole.

Dal rifugio è possibile anche scendere a valle e concludere quindi il tour in 4 giornate. In realtà, non potendo partire a camminare la mattina presto (per via del tratto che si precorre in bus), conviene fermarsi un’ulteriore notte in rifugio e godere dell’ospitalità (e dell’ottima crostata preparata dalla gestrice).

Una valida alternativa per chi ha solo 4 giorni a disposizione è prendere il bus la sera prima (appena giunti a Bourg-Sain-Pierre) e pernottare a Saint-Rhémy, per mettersi sul sentiero la mattina seguente di buon’ora e concludere così il percorso in giornata.

 

19/08/2014 - Tappa 5 – dalla Cabane Letey Champillon (2.375 m) a By (2.048 m).

Partenza ore 9,50 – arrivo ore 12,30

 

 L’ultima tappa è quella che, in tranquillità, permette di ritornare laddove si era partiti (By, nel mio caso, Ollomont o Glacier).

Il sentiero si snoda interamente in quota e poi in discesa. Se si torna verso By si attraversano incantevoli prati verdi costellati da baite e malghe.

Un’ultima emozione è regalata da un passaggio “nella roccia”, più precisamente tra il versante della montagna e una lama staccata, messo in sicurezza dall’associazione del Tour des Combin con una griglia sui cui poggiare e piedi e alcune catene, ideale per una foto ricordo di quest’ultimo tratto.