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martedì 28 aprile 2015

28/04/2015 Mezzegra: in falesia con il chiodatore (e scultore) Domenico Dodo Soldarini

Questo racconto, in parte pubblicato sulla rivista Orobie di Aprile 2015, mi ha preso il cuore. Conoscere Dodo, e poi scriverlo, mi è piaciuto moltissimo. Grazie!
 

«Dodo» apre il baule in legno. Il coperchio sembra pesante e seguo con lo sguardo il movimento delle sue mani, le cui tracce di magnesite tradiscono il recente contatto con la roccia. I muscoli dell’avambraccio si tendono leggermente sotto il peso. Continuo a osservare le sue mani, mentre si tuffano nel buio e ne tirano fuori un blocco di pietra. È una conchiglia. Sembra un fossile. Le spirali si inseguono l’un l’altra, formando un vortice, e l’alternanza tra lucido e opaco fa venire una gran voglia di toccarla, come fanno i bambini, per sentire come è al tatto. Appoggia la conchiglia sul tavolo. Poi un pesce. Sempre in pietra. Dei vasi. Una scultura astratta il cui profilo potrebbe essere un delfino. Un piccolo totem, che termina con il volto di un indiano e, sotto, un’incisione che somiglia a una farfalla. La osserva e si ferma un attimo, in piedi, di fianco al tavolo ormai carico di pietra lavorata e illuminato dall’ultimo sole della giornata. «Questo è uno dei primissimi – dice indicando l’indiano – e quello sotto, simile a una farfalla, è il simbolo della Tribù». Non fa riferimento a nessun gruppo di indigeni, a nessuna etnia o cultura. La Tribù è il gruppo di chiodatori indipendenti (provenienti da diverse zone del nord Italia) di cui Dodo ha fatto parte e che negli anni Novanta ha chiodato e liberato diverse vie multipitch e falesie sulle sponde dell’Alto Lario, ma anche in Val Masino, in Dolomiti e in Verdon.

 
Lui, Dodo, è Domenico Soldarini, 48 anni, nato a Como e cresciuto in Val d’Intelvi, ora residente a Santa Maria Rezzonico. Perché Dodo? Perché tutti, fin da bambino, lo hanno sempre chiamato così. Professione odontotecnico, è uno scalatore d’alto livello e da una decina d’anni si dedica anche a dare forma alla pietra. Sotto le sue mani la roccia prende vita. Come se in quegli spigoli smussati, in quelle onde e nella lavorazione delle superfici, imprimesse tutte le emozioni vissute in parete.

Sulla falesia di Mezzegra, ad esempio: è qui, su questo fascione di roccia grigio-gialla, che mi accompagna oggi. Saliamo superando l’omonimo Comune comasco, un insediamento di 952 anime, le cui prime testimonianze risalgono al 1409. Nel Medioevo dipendeva dalla potente Pieve dell’Isola Comacina, alleata di Milano. Dopo la distruzione della Comacina (nel 1169) il borgo seguì le sorti dei paesi limitrofi, soffrendo le devastazioni inflitte dai soldati e dai mercenari, in guerra per la successione al Ducato di Milano. Lo stesso destino di molte altre comunità. O almeno così è stato fino alla Seconda guerra mondiale. Proprio mentre il conflitto volgeva al termine il nome dell’abitato si legò per sempre alla fucilazione del Duce. Un evento che qualche anziano in paese ricorda ancora, oltre che per averlo letto sui libri di storia, per averlo vissuto.


L’accesso alla falesia è comodo, ben tracciato e richiede una mezz’oretta di cammino. Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio della chiesa, con zaini e attrezzatura in spalla, imbocchiamo la strada acciottolata che, costeggiando il cimitero, prosegue in salita per poche centinaia di metri, prima di diventare più stretta e ripida. Dopo una serie di gradini prendiamo una traccia sulla destra, che attraversa un pratone coltivato a ulivi e continuiamo a salire, verso la falesia. Essendo esposta a est prende il sole fin dal primo mattino ed è frequentata generalmente nelle mezze stagioni e nei mesi invernali. Dodo sembra voglioso di mostrarmi quella che lui sente un po’ come una delle «sue falesie». Chiodata negli anni Novanta dai monzesi Fabrizio Moroni e Claudio Pagani, questa fascia di roccia andò in un primo momento in disuso per via dell’avvicinamento  e della chiodatura a volte un po’ distante. Prima di arrivare sotto la parete principale, verticale e a tratti leggermente strapiombante, ci imbattiamo nella Grotta. Un settore molto strapiombante, con tiri tecnici e di continuità, e gradi che vanno dal 7a all’8c.
«Mi dispiaceva che un sito così bello, con roccia ottima e in un luogo tanto selvaggio, non venisse giustamente valorizzato», racconta Dodo mentre, impugnando un falcetto e con la maglietta pittorescamente avvolta sulla testa a mo’ di bandana, ripulisce il tracciato e si fa strada tra i rovi che, in estate, cercano di inghiottirsi il sentiero. «Nel 2000 ho pertanto deciso di mettere mano anche a questa falesia, sostituendo spit, facendo un parziale lavoro di richiodatura, aprendo nuovi itinerari e qualche variante di quelli già esistenti».
Nel frattempo, senza troppa fatica, arriviamo fin sotto la falesia. Mentre appoggiamo gli zaini, prepariamo corde, rinvii e moschettoni, ci godiamo il panorama del lago sotto di noi e del Legnone di fronte.
Non un filo di vento a increspare le acque, uno specchio argentato dalla leggera foschia che, presto, dovrebbe lasciare spazio a un bel cielo terso. Dodo indica la fascia di roccia che incombe sopra le nostre teste: un lungo muro a tacche, intervallato da brevi tetti e da spettacolari «canne» che salgono sul giallo. Il sentiero arriva circa a un terzo della parete, che per comodità è stata suddivisa in due settori: rispettivamente sinistro e destro, in relazione al sentiero. È qui che Domenico comincia a raccontare della passione per la scultura, alternandola ai ricordi sulle giornate trascorse in falesia con la tribù, a scalare e a chiodare. Come se, in fondo, per lui scalare e scolpire fossero la stessa cosa. Perché anche le vie sono, in un certo senso, opere d’arte. Chi chioda dà vita a qualcosa di nuovo, individuando la linea da salire all’interno di un mare di roccia.


Saliamo verso destra, dove i tiri sono più corti ma più intensi e dove Dodo decide di “riscaldarsi”. Qua le partenze, fisiche e leggermente strapiombanti, sono seguite da muri verticali o appoggiati, decisamente più tecnici. A sinistra, invece, prevalgono i tiri più lunghi e di resistenza. Proprio in quest’ultima parte Dodo ci convince a provare Mistral (grado 6c+). Venticinque metri di continuità e resistenza, considerato uno dei tiri più estetici non solo di Mezzegra ma dell’intera area. La chiodatura, sicura ma non ravvicinata, rende i passi-chiave obbligati. Mistral è un tiro estremamente logico perché, dopo una partenza su tacche tecniche e movimenti di equilibrio, si sviluppa lungo una sequenza di canne e concrezioni presenti solo in questo tratto dell’intera falesia. Questa parte centrale è meno di equilibro e più fisica, con movimenti di allungo su prese quasi sempre buone e passi di aderenza. Gli ultimi metri salgono un muro verticale, a tacche nette e gocce, e permette allo scalatore di tirare un respiro di sollievo ma non certo di rilassarsi.
A Mistral seguono altri tiri, fino al calar del sole, ma Dodo aveva ragione: Mistral rimane nel cuore e, se vissuto con il giusto spirito, permette di capire appieno la stretta relazione tra scalata e arte.


Dopo qualche salita, eccoci di nuovo nell’abitazione di Dodo a Santa Maria Rezzonico. Faccia a faccia con la sua vene artistica fatta di conchiglie, indiani, vasi, pesci. A tratti levigata, piuttosto che lucidata o bocciardata, l’arte di Domenico Soldarini è passata da una prima fase principalmente figurativa ed una seconda, più astratta. «L’idea di dare forma alla materia, di plasmare, mi è sempre piaciuta. Con la scultura ho iniziato da autodidatta. A volte le cose succedono così, per caso. Vedi dei sassi la cui forma ti ricorda qualcosa, li porti a casa e poi decidi di comprare un flessibile e di cercare di realizzare quell’immagine che hai in testa. La roccia di Mezzegra non può essere lavorata con scalpello e martello, come invece accade con il marmo. È dura e fragile, e per lavorarla si utilizzano dischi diamantati. A volte vado da un amico (scultore) che mi dà delle dritte su come scolpire, sulle forme, sui pezzi che possono avere, a suo parere, un valore anche in termini economici. Nella scultura, pur libera che sia, esiste tutta una serie di regole riguardanti forme, volumi e linee che vanno rispettate se si vuole che la propria opera sia priva di imperfezioni. È un percorso in continua evoluzione». L’opera perfetta? «Credo non esista. Esattamente come non esiste la via di roccia perfetta. C’è sempre spazio per il miglioramento e anche quello che in un primo momento sembra privo di difetti, col tempo, non si rivela tale». Alla ricerca della perfezione, si direbbe, e il luogo in cui Dodo vive e produce le sue sculture, che sembra un angolo di paradiso sfuggito per caso al Creatore e dimenticato in Terra, di certo non può che ispirare la sua arte. Insieme alle sculture, ordinatamente sistemate in un raccoglitore ad anelli, ecco comparire anche relazioni di vie e falesie (tra queste anche quella di Mezzegra) tutte disegnate e scritte rigorosamente a mano.

domenica 18 novembre 2012

17/11/2012 Falesia del Lariosauro (Lc)






La falesia del Lariosauro, splendida serie di settori (le foto sopra fanno riferimento solo al Settore Centrale o Principale) con vista sul lago di Lecco, è costituita da una successione di muri grigio-gialli, verticali e poco strapiombanti. Si tratta di un'arrampicata piuttosto tecnica e continua, con itinerari lunghi fino a 35m, su tacche, reglettes e qualche canna . La roccia è  ottima, con qualche tratto delicato a scaglie.

 

Si scala in tutte le stagioni, ma soprattutto in autunno e in Primavera. Nella stagione invernale il sole arriva a partire dalle 13,00.


Ta'

domenica 4 novembre 2012

02/11/2012 Falesia di vecchiano (Toscana)


Facilmente e comodamente raggiungibile attraversando la frazione di Avane, l'omonima falesia, forse meglio conosciuta come Vecchiano, è la storica palestra ‘outdoor’ dei climber del triangolo Pisa-Viareggio-Lucca. La guida racconta di quanti studenti universitari pisani, lontani dalla roccia di casa, siano passati da questo punto fermo dell'arrampicata toscana. Più facile del Camaiorese, presenta tiri più alla portata di tutti.
Alla base delle pareti, alle spalle di un'antica torre di avvistamento dell'eta' medioevale (X-XI secolo circa), che divide la falesia nei settori detta "a destra (Baccannella) e a sinistra (Valle dei Porci) della torre", corre il sentiro che si staglia tra le piante di ulivo.
La roccia è costituita da un bel calcare compatto, grigio-giallo. Vi si trovano tutte le caratteristiche del calcare: gocce, buchetti, svasi, piatti, pinze, reglette.
A dispetto di quello che dice la guida, che asserisce a un'enorme quantità di tiri piuttosto facili, mi sono ritrovata a calarmi su un 6a (molto molto unto, con prese piuttosto intenibili) nel primo settore a sinistra della torretta; a salire da seconda un 6a il cui grado si avvicinava piuttosto al 6c e a fare resting sul 5c!!!
I tiri, lo devo molto riconoscere, sono molto belli ma... vuoi il contenuto tecnico dei tiri e lo stile un po' diverso (ma non troppo) da quello di casa, misti alla roccia decisamente unta, ne fanno una falesia che richiede siciuramente un po' di praticantato.
La chiodatura è ottima o comunque piuttosto buona (nel settore Placche Grigie un po' lunghetta per i paramentri bergamaschi), catene con ghiera al top, sole tutto l'anno.
Dal mio punto di vista non mi sentirei di consigliarla, però essendo di passaggio, un scappatella, ci sta sempre...
I Locals, infine, hanno accennato ad una parete verticale a gocce, con tiri di 30 mt, molto bella, a nei settori ubicati a destra della torretta.
Ta'


 

domenica 16 settembre 2012

16/09/2012 Angelone, settore Trittico (Lc)

Dopo un lungo mese (e oltre) di assenza... ci sono ancora e scalo ancora ;)
Grazie a Riky e Raffo (e patati - bissi - tacc!!!)
Ta'



domenica 24 giugno 2012

24/06/2012 ViaVai - Campo Moro (Valmalenco - SO)

lungh: 180 mt
Diff: 6a (5b obbl.)

Non era certo l'obiettivo della giornata... però meglio che tornare a casa a bocca asciutta (a causa della roccia bagnata dai temporali di passaggio nel corso della notte).
Il Muro dei misteri, con le sue Dottor Panzina, Il futuro è là e El Veronika continuano ad aspettarmi... Spero non passi ancora un anno prima di poter tornare però!!!

La via fatta si trova sulla parete chiamata "I Pilastri del lago", dopo la galleria sul sentiero che, passata la diga, porta in Val Poschiavina.
E' una linea molto semplice e ben protetta. Inoltre, in caso di pioggia, queste sono le placche che asciugano più velocemente. Sole a partire da mezzogiorno.

Nei casi più sfortunati, cioè quelli in cui si scende dalla macchina e inizia a piovere, ma non troppo (ma rende comunque le vie impraticabili, è da tenere presente la Falesia del deposito inerti (localizzata proprio di fronte al parcheggio, dall'altra parte del lago): gradi dal 5c al 7b, tiri da 15-20 mt, 10-15 min di avvicinamento partendo dal parcheggio della diga.

Ta'

ViaVai

Riki e Marta su ViaVai


Falesia del Deposito inerti


Deposito inerti, 6a

Deposito inerti, 6b+

martedì 19 giugno 2012

16 e 17/06/2012 Exploring Presanella

Inizialmente si era parlato di una grigliata... carbonella e diavolina per il barbeque erano già pronte...
Un fine settimana inaspettato, non calcolato, praticamente "in se" fino all'ultimo secondo...
Ma poi la voglia di scalare (o almeno di tentarci) è troppa, unita all'occasione di esplorare un posto a me sconosciuto, e allora via, in Presanella!
Arrivata al Rif. Stavel Denza (2298 mt) ho un po' di mal di testa, ma l'ambiente è spettacolare e sono circondata da paretoni di granito, non altissimi, ma decisamente d'effetto.
Il panorama che si apre alle spalle del rifugio
Mentre "un trio" di nuovi amici (Marco il giovane, Andreino e il Vecio) tentano di aprire una nuova via, io e Renzo andiamo a cercarne una che, secondo le indicazioni di Marco, sale proprio su quella "parete là, partendo dalla placca fessurata, fino alla cengia erbosa, per poi seguire l'evidente diedro"....... Ma arrivare all'attacco è una vera odissea: neve fino al bacino, sassi e buconi nei quali sfondiamo, il tutto affrontato con pantaloni estivi e scarpe da ginnastica (il concetto è che ci si aspettava di arrivare sino all'attacco senza la neve, e invece...). Il sole poi scotta, soprattutto la mia "carnagione diafana" in maniera irrimediabile. Arrivati sotto la parete, o meglio quasi sotto, ci sono almeno tre placche fessurate con terrazzi erbosi soprastanti, e diedri che ci paiono evidenti... e non troviamo mezzo spit che ci faccia capire dove sale la via... e la giornata si conclude con una super scottatura al viso e una ritirata.
Gli amici invece apriranno la loro via, composta da 4 tiri e dal tratto in uscita. Però la giornata non è stata sprecata: grande ambiente e grandi possibilità, belle pareti di roccia solida e compatta... una meraviglia!
La via che cercavo sarebbe dovuta salire qua... ma dove??!

La nuova via è stata aperta sul pilastro di sinistra, sopra il ghiaione

Anche su questa parete di roccia solida e compatta, salgono due-tre vie

Il giorno successivo esploro la bella falesia che si trova a due passi dal rifugio, sopra il laghetto, raggiungibile dal sentiero che sale dietro lo Stavel (seguire i bolli una volta passato il laghetto).
Un bel muro di granito lavorato, con tiri più semplici e di placca (sulla destra) e di fessura e decisamente impegnativi (a sinistra).
Ta'



martedì 8 maggio 2012

06/05/2012 Predore, settore Alto

Il MelloBlocco, piovoso come pochi, è stato teatro della mia ritirata strategica (con annessa crisi depressiva... a tal punto da rifiutarmi di comprare persino "l'imperdibile" Mello Maglia, che quest'anno era di uno splendido verde militare con scritta arancione).
Domenica, complice Guido (che ora che ha il tablet è in connessione diretta con Meteo.it), il quale mi ha letteralmente rapita dal torpore del mio divano venendomi a prendere sotto casa, si sono passate un paio di belle e quasi soleggiate orette a Predore. Prima che iniziasse a diluviare e a grandinare...ovviamente!
Dal momento che Riky, [attanagliato da un terribile mal di gola e disperato in quanto temeva di essersi messo pantaloni troppo pesanti per la giornata (POVERINOOO!), iperlamentoso e dedito alla fotografia più che all'arrampicata] ha fatto un servizio fotografico degno di un professionista, mi sembra carino spendere due parole sul settore Alto di questa bella e soleggiata falesia.
Con una splendida vista sul lago d'Iseo, il settore alto si può idealmente dividere in due parti: a destra un muro grigio di calcare compatto e lavorato, con tiri di media lunghezza e anche un filo atletici; a sinistra un muro giallo di roccia ruvidissima, a gocce e graspolini. Nella parte centrale ci sono anche alcuni tiri estremi, NL.
L'intera fascia è esposta al sole e molto calda, soprattutto "il giallo" a sinistra, quindi consigliata nella mezze stagioni e inverno e sconsigliata d'estate (a parte la sera e nella giornate nuvolose).
La spittatura è ottima e davvero ravvicinata.
Guido su Ciao Mario, 6a a destra (bello!)

Eureka, 6b (di sensazione, il duro sta nei primi 4 spit)

Guido su La Poiana, 5c (facile ma non banale, aplendidi movimenti)

Eureka, parte alta appoggiata
Da non perdere anche Capitan Mike (6b) e Achillea (splendida la variante di 6b+ a che si stacca dalla via originale a metà tiro, e sale a destra).

Grazie Riky per le belle foto
Ta'

martedì 19 luglio 2011

16 e 17 Luglio 2011 - Week end Finalese



La colazione dei campioni...

Falesia del Sole, Calabrux

Sasso Skorpion, Oggi sposi
L'asinella, dal Bandito e la Principessa


Ilaria al Sasso Skorpion

Un fine settimana inconsueto, quello da poco trascorso. Siamo a metà Luglio, ero tra le falesie di Finale Ligure... indossavo la felpa! Niente caldo torrido, ma tante nuvole che fortunatamente non scaricavano acqua e un gran vento... e per due giorni mi sono sentita miracolata :). Come sempre, quando capito in questi luoghi, ho soggiornato nell'unico agriturismo in cui i clienti vengono chiamati ospiti, e come tali sono trattati, godendo per due giorni della gentilezza dei proprietari...

Con Riky, Marco e Ilaria abbiamo arrampicato nella Falesia di Boragni. Dapprima sul Pilastro: Thovax (6a+) e Duca di Tolla (6b+), poi al Sasso Skorpion:Oggi Sposi (5c, estetica e divertente lama staccata dalla parete), Il ritorno di Andreix (6a+) e La principessa e il Bandito (6a+) e infine alla falesia del Sole: Mandragola (6a+ duro, con due passi boulder) e Calabrux (6b+ tecnico a buchi). Roccia splendida e (stranamente per me, che a Finale non combino mai molto!!!) arrampicabile.

Un grazie, un abbraccio e un "arrivederci a Settembre" al Bandito e alla Principessa, che ci hanno ospitati e coccolati.

Ta'

sabato 30 aprile 2011

24/04 Mosquito Coast, Val di Mello




Mosquito Coast, detta anche palestra di arrampicata della Rasega.


gradi: da 5c a 6c, monotiri e "vie" cha vanno dai due/tre tiri

Bella scoperta fatta dopo un piccolo "incidente" che ci ha costretti a fare le doppie e scendere da una via.
Mentre mangiavamo costine e taragna (sublimi) al Rif. Rasega, situato verso fine valle, il rifugista ci ha mostrato un foglietto con le nuove vie della palestrina di roccia situata a 10 min dal rifugio, proprio sulla parete di fronte. Eventualmente, dal momento che la guida della valle non è aggiornata, è consigliabile fare un salto al rifugio a recuperare le relazioni prima di salire alla base della parete.
Si tratta di vie di aderenza pura, roccia ottima, spittatura molto ravvicinata (considerati anche i criteri della valle), adattissima per i neofiti (come me) di questo mondo in "stile spalmen".
Si trova inoltre a nord, per cui è possibile arrampicare anche in piena estate senza finire come bistecche ai ferri.
Consigliata!
Ta'

lunedì 4 aprile 2011

02/04/2001 - Falesia Erna Sorprese


Bella falesia situata a sinistra dell’attacco per la ferrata Gamma 1. Un muraglione grigio verticale, lavorato a tacche e buchetti, “non unto”!!!
Tiri di ogni difficoltà a partire dal 5c, arrampicata splendida anche a vista… Merita!!
Mi piaaaceeee!!
Spittatura decisamente ravvicinata

Ta'

mercoledì 19 gennaio 2011

16/01/2010 Cornalba


Un grande fungo. Una nuvola atomica di calcare bianco, striata di nero. Perlacea ai raggi del sole e dorata nell’attimo fuggente del tramonto.
Questa è Cornalba. Falesia situata nell’omonimo comune, in alta val Brembana.
Dotata di un fascino irresistibile, è bella sia da arrampicare che da guardare.
In pieno sole fin dal mattino è ottima da frequentare nelle belle giornate d’inverno e nelle mezze stagioni, mentre diventa più proibitiva nei mesi estivi (tranne un versante, a nord, sempre in ombra).
“Molti sono gli arrampicatori che hanno appoggiato le mani sul calcare della Corna Bianca. Il più famoso è forse Bruno Tassi, Camòs, uno dei primi frequentatori e grande chiodatore, in quel periodo con lui c’erano Gianandrea Tiraboschi e Vito Amigoni. Ma Camòs è stato anche il primo "estremo", liberando tiri come Apache (8a), Replay (8a) Peter Pan (8a+), FBL — Fa Balà l’òcc (8a+) e Jedi (8b).
Poi sono arrivati altri giovani come Emilio Previtali e soprattutto Simone Moro, che libera Figli del Vento L2 (8a), Highlander (8a), Slot Machine (8a+), Outsider (8a+), Feed Back (8b) e Sincroclash (8b).
Poi è storia più recente con le realizzazioni di Dallona, Feed Back L2 (8a), Svalutation (8a), Apache L2 (8a+), Nos Otros (8a+), Andamento lento (8b), Settimo Senso (8c), C’era una volta l’America (8c) e Les sindacalistes (8c+/9a), Alippi con Dito Prensile (8a), Resin Rouge (8b+) e El Morisco (8b+), Brenna che qui libera Zeus (8a) e Scassa che sale per primo Positron (8c).(www.planetmountain.com)”
Premessa fondamentale: Cornalba non è una falesia “facile”. Placche, muri tecnici di dita, strapiombi, passi estremamente delicati… lo dimostrano anche i gradi che, a mio parere, sono spesso un po’ “ristretti”.
“Richiede un livello medio-alto: pochi i tiri facili, 4 sul grado "5", e spesso relegati in posti poco accessibili, 46 sul grado "6", 50 sul grado "7" e ben 38 sul grado "8" e più!(www.planetmountain.com)”.

domenica 12 dicembre 2010

12/12/2010 Madonna della Rota




Con Riky e Oscar alla Madonna della Rota, a due passi dal Lago d'Iseo.
Scesa dalla macchina, il sole ancora non era arrivato ai piedi della bella e compatta paretina grigio-gialla.
Il primo tiro coi geloni a piedi e mani... ma poi l'aria si è decisamente riscaldata.
Tornare a toccare la roccia, baciata dal sole, dopo settimane di acqua, non ha prezzo.
Ho così scoperto una falesia abbastanza tecnica, molto di piedi e di dita. Le tacche nette (piccole e poche) si alternano agli svasi. Ben chiodada, a volte leggermente lunga ma MAI rischiosa.

Un'equilibrio a volte un po' precario o meglio, come lo ha definito Renzo: "La Rota c'ha un equilibrio tutto suo.. ma poi una volta che lo capisci vai".