domenica 26 luglio 2015

25/07/2015 Running at Stralivigno 2015:quando la corsa fa innamorare

Run, run, run. Con le molle sotto ai piedi o con le gambe che pesano come dei macigni, si corre, si suda, si fatica e si sorride. Sempre. Quello sempre. Il sorriso, quella mezzaluna stampata in viso, non deve mai mancare, altrimenti è finita. E hanno corso, eccome se lo hanno fatto, gli oltre mille che questo fine settimana hanno partecipato alla Stralivigno 2015, evento organizzato dalla APT locale in collaborazione con l'Asd Marathon Club Alta Quota. Gazzelle, come i kenioti, o più simili a foche arenate sulla spiaggia; dai giovanissimi fino a quelli che li vedi e dici “Ma davvero il nonno corre? Non mi muore sul sentiero?” (e poi corre e magari ti dà anche la paga…), tutti orgogliosi del loro pettorale e con il sorriso sulle labbra.
C’ero anche io, ovviamente, ospite della Apt di Livigno e dal suo presidente Luca Moretti, ex azzurro dello sci e instancabile promotore di una Livigno sempre più giovane, più verde, più outdoor. Dico "ovviamente" perché se io non faccio qualcosa di strano, qualcosa che credo al di fuori della mia portata, non sono felice. 


A dire la verità l’idea di correre non mi aveva neppure sfiorata fino a sabato mattina quando, salendo sul pullmino che avrebbe portato me e gli altri giornalisti a Livigno, ho scoperto che i miei colleghi erano quasi tutti dei super runner e che avrebbero comunque partecipato alla gara. Attimi di panico il perfetto Tatiana Style. “E ora che faccio? Va bene, ho portato un paio di pantaloncini e scarpe da corsa (talmente usate da avere le ragnatele)… ma da qui al fare un mezza maratona! E in montagna, come se non bastasse! Chi ha mai corso in montagna?”.
La risposta vien da sè: decido di non correre e la risolvo con un semplice, vero e sincero “Non sono allenata e con 21 km potrei morirvi sul sentiero”. 
Poi il destino mi si para davanti nelle vesti di una leonessa rossa. E’ Manuela. Lei è una “Women in run” (per chi non sapesse di che si tratta consiglio vivamente di cercare in Google Jennifer Isella e Manuela Barbieri o su Facebook la pagina dedicata al progetto, in quanto meritevole di sostegno). Beh, tornando a noi, Manuela è una che corre, ma si è sempre messa alla prova in piano. I suoi occhioni grandi non lasciano dubbi: il tracciato in montagna spaventa, o se non altro la induce a pensare che forse è meglio passare un fine settimana da spettatrice. In men che non si dica il team di runner-giornalisti propone alla leonessa e a me di dividerci il percorso a metà: 10,5 K a testa di staffetta. Io, per come sono fatta, non ci penso due volte e le dico che per me va benone. Alla fine dieci chilometri sarebbero una passeggiata, se solo li dovessi camminare. E’ fatta, due telefonate all’organizzazione e nella lista della staffetta non competitiva compaiono due nomi in più.

Pronteeeeeeeeeeee!
Siamo accolti dalla APT di Livigno in serata, presso la Latteria, e prima di un delizioso buffet partecipiamo ad una tavola rotonda circa il futuro dell’informazione tra testate cartacee, siti, portali, blog e social. Focus del dibattito è, ovviamente, la corsa. Un tema stimolante, quello tra i vari social influencer, che mi fa riflettere ancora una volta sul mio CORDADOPPIA e su che direzione potrebbe prendere. Ma non perdiamoci in queste cose e torniamo al sodo.
Quello che invece vale la pena di raccontare è che ho conosciuto un’altra di quelle persone che, a pelle, mi trasmettono belle sensazioni. Il nome non necessita di presentazioni. Marco De Gasperi, campione del mondo di corsa in montagna e un curriculum da far paura, mi ha subito conquistata con la sua semplicità e con il suo sguardo pulito. Fortemente coinvolto con l’APT di Livigno, collabora con questa per numerosi progetti riguardanti l’outdoor che, qua, è vivibile al 100% e in tutte le stagioni. E' addirittura ideatore della Valtellina Wine Trail, ora gemellata con la Stralivigno, e alla quale spero di partecipare tra qualche mese.

Vabbè...la faccia non necessita di commenti!

La mattina di sabato, a poche ore dalla gara, Marco ci accompagna (insieme al mitico Franz Rossi: scrittore, giornalista, blogger e runner) a vedere uno dei tratti chiave del persorso. E’ uno strappo di qualche centinaio di metri, dal km 12 al 14, che parte dolce e poi impenna, fino a portare al punto più alto del percorso di gara (oltre i 2000slm). Manuela ed io ci siamo divise la staffetta in modo intelligente: a lei tocca la prima parte, in piano e con salite più lunghe ma più dolci, mentre a me la seconda, che si inerpica tra i boschi di Livigno, con salite più brevi e più intense, e con un discesone spaccagambe finale. Marco ci consiglia dove correre e dove camminare, per non arrivare nell’ultima parte in riserva di energie. Consigli importanti, che io seguirò alla lettera.

Con Marco Dega e Women in run, con alle spalle la mitica Discovery Sport concessa in prova per l'occasione da Land Rover

Con Franz

E niente… alle 15 la corsa prende il via. Si parte tutti insieme. I kenioti sono fin da subito in prima fila e… e ora capisco la storia della gazzella e del leone. Mio nonno, quando guardava le Olimpiadi e rimaneva a bocca aperta davanti alle prestazioni di questi mostri di ebano, diceva che loro si alzano la mattina e iniziano a correre, e che pertanto ci sono abituati! Pace all'anima del nonno, ma probabilmente aveva ragione! Scherzi a parte, sono davvero dei razzi. Il primo gradino del podio, sia maschile che femminile, andrà infatti proprio a loro. Io aspetto “la Manu” al cambio, comodamente seduta nel pratone. Guardo i primi che superano il gonfiabile di metà percorso, e passano anche i primi staffettisti. Competit: il compagno sta lì pronto, in posizione leggermente piegata e con le gambe calde, per il cambio di un immaginario testimone e non perdere neanche un secondo. Ci sono poi le coppie di staffettisti, coppie anche nella vita, che si stampano un bacio sulla bocca; e  poi ci sono gli amici, che si danno il cambio con un abbraccio volante e una pacca sulla spalla.


Sono ancora lì che me li guardo tutti ‘sti generi umani quando vedo Manuela, a due passi da me, con il fiatone, che mi dice. “Cosa ci fai qui seduta? Dai dai che devi correre!”. Scoppio a ridere, mi sono "persa via" a rimirare il mondo e mi sono dimenticata di controllare l’arrivo. Salto in piedi, la abbraccio perché è stata bravissima, metto la giacca nello zainetto e me lo metto sulle spalle, la saluto di nuovo e con l’eccitazione nelle gambe parto. Lo so…non è il migliore dei cambi, e neppure il più atletico, ma io sono così!!! Parto e rido, per i primi 5 minuti almeno. Gli spettatori che seguono la gara ai lati del tracciato mi incitano a correre. E’ divertente. Dopo un chilometro e mezzo inizia la salita, che si fa sempre più tosta. Ma io sono felice e ho in testa i consigli di Marco. Dove “tira” di più rallento, mani sulle cosce, busto proteso in avanti e via. Al ristoro, che si trova dopo 5 k, un gruppo di ragazzi mi offre sali minerali e acqua. Io prendo tutto, come viene, e se avessero anche un bicchiere di aria…beh anche quella farebbe comodo. Al ristoro sto ferma una ventina di secondi, respiro, e quando riparto mi sembra di avere nuova energia. Ancora un tratto in piano e brevi salite, alcune che affronto a passo sostenuto. E poi, ad un certo punto, un tizio a lato sentiero urla “Forza che da qua è tutta discesa”. Mi carica. Tre chilometri alla fine, che si snodano parte su sentiero e parte su asfalto, a ridosso del traguardo. Freno poco. La falcata si fa lunga lunga e sento che le gambe stanno spingendo. Non è una cosa pensata, neppure voluta, mi viene da fare così e basta. Ed è con il sorriso che passo sotto il gonfiabile del traguardo. Sono felice, anche se vorrei qualcuno con cui condividere questa gioia. Ma al momento non c'è nessuno. Per fortuna di lì a poco mi ritrovo con gli altri runner-giornalisti, ognuno con la sua esperienza di gara da raccontare!
Alla fine io ho fermato il cronomentro a 0 58’ e non so quanti secondi, che non è poi neanche così male! 

Sono stata bene, mi sono sentita felice e chissà che questa esperienza, quella della corsa in montagna, non possa avere un seguito. Grazie a Livigno, alla APT che ha organizzato tutto a pallino, a GreenMediaLab che mi ha permesso di vivere questa esperienza, a Franz, allo splendido Marco e ai miei runneramicicolleghi che mi hanno incitata...e alla Manu, che al cambio ha avuto la pazienza di cercarmi!

Runner giornalisti

mercoledì 22 luglio 2015

Outdoor Shop Test alla Pietra di Bismantova



Alla Pietra ci sono stata una sola volta, ma subito me ne sono innamorata. Castelnovo ne' Monti, d'altra parte, è una location di riferimento non solo per l'arrampicata, ma per l'outdoor emiliano. E se persino Dante, nella sua più famosa opera, si è preso la briga di citarla...beh, un motivo ci sarà.


« Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su Bismantova e 'n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l'ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume »
(Dante, Purgatorio, canto IV, vv.25-30)

Il suo profilo, intagliato nel cielo, si erge a roccaforte sull'immensità delle distese pianeggianti e collinari che  caratterizzano tutta l'area. Arrampicare a Bismantova è un'esperienza particolare, non solamente per il luogo ma per lo stile. Dalle vie alpinistiche dei primi anni Venti del 1900, alla fase dell'artificiale a partire dal 1960, fino all'arrampicata sportiva nel 1980, sono diversi gli alpinisti vecchio stile e i climbers che hanno salito le sue pareti scoscese. 




Non a caso la location è stata anche scelta per l'evento Outdoor Shop Test che si svolgerà dal 13 al 15 Settembre. Si tratta del primo ed unico evento italiano rivolto al mercato trade e che permette di testare i prodotti di alcune delle migliori aziende del mondo outdoor. I marchi ed i partner che hanno aderito all'iniziativa sono già una quarantina e più di 50 i negozi che hanno confermato la loro presenza. Tra i presenti ci saranno anche associazioni sportive, palestre e guide alpine. Il tutto con il patrocinio di Italian Outdoor Group, Outdoor Sport Valley, il Comune di Castelnovo e il Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano.



La locandina con i nomi dei marchi che parteciperanno
Durante l’evento saranno segnalate le aree attrezzate per le prove di materiali da alpinismo, arrampicata in falesia e boulder; saranno inoltre identificati diversi sentieri per prove di varia lunghezza delle discipline a piedi, quali trail running, trekking e nordic walking. L’area camping sarà allestita intorno al villaggio test, per permettere ai responsabili dei marchi di illustrare i prodotti con maggiore facilità, sempre nell’ambiente ideale.
Grazie alla partnership con le Guide della Pietra, ogni giorno partiranno due tour guidati su ferrate e cordate, di mattina e pomeriggio: in questo modo sarà possibile testare materiali diversi sotto l’occhio vigile delle Guide Alpine locali.





Da ricordare che a numerosi dei negozi presenti verranno offerti speciali benefit, tra i quali: partecipazione gratuita ai giorni di test, conferenze e workshop gratuiti di formazione e cultura, alloggio e pasti offerti dall’organizzazione.


Per vedere il promo dell'evento: https://vimeo.com/130740813

Per conoscere il programma: www.outdoorshoptest.com/programma
Per iscriversi: www.outdoorshoptest.com/iscrizione-visitatori

Io sarò presente all'evento per lavoro e vi terrò informati su tutte le novità del mondo outdoor :)

martedì 30 giugno 2015

30/06/2015 Manolo: l'arte di arrampicare e non solo

L’incontro con Maurizio Zanolla, in arte “Manolo”: uno dei volti più conosciuti dell’arrampicata sportiva mondiale. Arrampicatore, ma anche sciatore, runner, bikers… Soddisfazioni e amarezze di una vita segnata dall’arrampicata.

ARTICOLO PUBBLICATO SU OUTDOOR MAGAZINE 
www.outdoormag.it


Un bellissimo ritratto di Maurizio by K. Dell'Orto
Ho incontrato per la prima volta Maurizio Zanolla su una pista da sci. Fa ridere, può sembrare assurdo, ma è proprio così. Il Mago, la leggenda dell’arrampicata, se la volteggiava su due assi da telemark, con tutta la delicatezza e l’eleganza che contraddistingue questa specialità. Era il 22 febbraio scorso e Zanolla era stato invitato in veste di “special guest” alla tappa livignese del Land Rover Winter Tour. Io giornalista e blogger per l’evento, lui ospite speciale. Quando seppi che il personaggio che quel fine settimana avrebbe rappresentato la nota casa automobilistica inglese sarebbe stato Manolo, non volevo crederci. La prima domanda, a mio parere lecita, fu “Cosa c’entra Manolo con lo sci?”. In Italia, probabilmente nel mondo, il suo nome è indissolubilmente legato alla roccia, alla verticalità, al free solo, agli “appigli ridicoli” e, al massimo, al celeberrimo motto di Sector: “No Limits”.

UNO SPORTIVO A 360GRADI
Durante quel fine settimana, invece, tra una pista e una risalita in seggiovia, Maurizio ha raccontato della sua passione per lo sci, specialmente per il telemark. E’ strano immaginarselo mentre accompagna i clienti a fare scialpinismo sulle sue montagne: le Dolomiti. D’altra parte Zanolla, non dimentichiamolo, è guida alpina!
Se poi scopri che, arrampicata a parte, ama anche andare in bici e correre, e che i suoi tempi sono di tutto rispetto anche senza allenamento, allora decidi che “l’uomo Manolo” ha tanto da raccontare e che vale la pena cercare di approfondire la conoscenza.

Manolo in fuori pista by K. Dell'Orto
Foto ricordo del Land Rover Winter Tour 2014/2015, con Manolo e Michela Toninel by K. Dell'Orto

L’INCONTRO
E così ti ritrovi, ad un paio di mesi di distanza, in viaggio alla volta del Trentino con il navigatore puntato su una via a su un civico che apparentemente non esistono. Mappa del paese alla mano, non senza qualche difficoltà, arrivi alla sua abitazione.
Poco distante dal centro abitato e con vista sulle sue montagne, questa piccola perla nel cuore delle Dolomiti è frutto del suo lavoro. Un vecchio maso tutto legno e pietra, il recinto dei cani ed un piccolo orto con tanto di spaventapasseri intenti a fare la guardia. Le pietre locali conficcate in verticale nel terreno, sulla strada a fondo chiuso (chiuso da casa sua!), richiamano il profilo delle vette e danno all’avvicinamento un non so che di mistico. Il tetto, dal quale pendono le bandierine nepalesi, racconta di paesi lontani.
Fuori c’è lui, con la bandana in testa e quegli occhi color ghiaccio, che aspetta sorridente. Sistema i quattro carboni che ancora ardono sul braciere di fronte a casa e ti offre un caffè in una tazza troppo grande.
Fare quattro chiacchiere, seduti dinanzi alla sua baita, circondati da oggetti e foto che per lui sono “normali” (ma a me sembrano “cimeli”) è emozionante.
Maurizio è un fiume in piena: racconta, a volte anche saltando da un discorso all’altro, ma racconta. Certo non è quell’essere schivo e solitario che alcuni amano dipingere. Forse non un personaggio mediatico, poco uso al grande pubblico e non amante della confusione, ma racconta e questo è quello che conta.
Dietro a lui, appeso al muro in una cornice semplice, un disegno di Mauro Corona. In casa una scultura rappresenta una figura umana, china su se stessa. Testimonianze di un’amicizia importante, ricca di aneddoti e ricordi forse mai raccontati.

ph. by. Calza

ALPINISMO, RISCHIO E CONSAPEVOLEZZA
Racconta così del suo modo di concepire la montagna e di come questa concezione si sia evoluta nel tempo.
“Sono un sopravvissuto, perché in montagna non esiste l’essere sicuri al 100%. In montagna gli incidenti succedono e spesso non sono prevedibili: il pericolo esiste, eccome! Quello che però ho sempre cercato di fare, anche nel periodo in cui scalavo in maniera molto più rischiosa, è stato imparare dai miei errori. Oltre all’evidente fortuna, necessaria anche nella vita di tutti i giorni per sopravvivere, trovo che in un terreno selvaggio e di avventura come quello alpinistico sia fondamentale avere una grande consapevolezza di responsabilità, caratteristica che mi ha portato a compiere scelte libere, ma che crescevano insieme a me, con la crescita altrettanto lenta dell’esperienza. Credo che sia stata proprio questa mancanza di sicurezza esterna che mi abbia portato ad averne una più solida, interna. Vivevo e vivevamo (per scelta) una forma di alpinismo di rivolta, slegato anche dalla sicurezza dei chiodi, lontano da qualsiasi contatto, in luoghi difficilmente raggiungibili. Nessuno sapeva dove eravamo davvero e le decisioni erano condivise e accettate dal compagno di viaggio. Non esistevano mezzi di comunicazione e tantomeno di soccorso immediato, ma proprio per questo la nostra attenzione era sempre altissima. Non avevamo molte informazioni ed eravamo continuamente di fronte a scelte difficili (ma responsabili) e a noi questo in fondo piaceva”.

ph. by M. Mocellin

 SBAGLIARE (MA NON TROPPO!) PER IMPARARE
“E’ stato un percorso voluto e cercato, eravamo liberi di vivere la nostra esperienza, magari in bilico fra il coraggio e l’incoscienza intrinseca di quell’età, ma che sicuramente ci ha aiutato a superare preconcetti e difficoltà. Gli errori servono e mi sono serviti per crescere: chi non sbaglia mai è sicuramente qualcuno che delega ad altri decisioni e scelte. Dagli errori e dalle sconfitte, anche da quelle piccole e personali, si impara e si cresce, anche se purtroppo non tutti riescono a crescere attraverso l’esperienza vissuta. Se devo essere sincero non mi sono sempre comportato in un modo razionale in quei luoghi, ma non ho mai delegato a nessuno questa responsabilità e tantomeno quella di un fallimento e a volte solo questo mi ha permesso di riuscire. Da soli la montagna è più pericolosa, ma la scelta è più facile e non è condizionata da nessuno: viene da una decisione interiore e istintiva arricchita appunto da un approccio di umiltà e rispetto con l’ambiente ed è un vantaggio…”.
Fare, sbagliare, imparare per non sbagliare più: una filosofia che è anche una lezione di vita.

QUESTIONE DI FISICO O DI TESTA?
Allenamento o bravura? Manolo non ci pensa due volte…
“Il talento da solo non porta da nessuna parte. Con la motivazione, il sacrificio e l’allenamento si possono sì raggiungere grandi traguardi, ma alla fine se mancano talento e forza mentale è davvero molto difficile. C’è chi nasce naturalmente portato per la verticalità, chi per essere veloce e chi per essere resistente. Io ad esempio non mi sono mai allenato in maniera seria durante i primi anni, le prestazioni sono venute da sole, arrampicando. Ho sempre amato camminare, andare in bicicletta e anche correre, attività che ho sempre svolto con grande (a volte addirittura esagerata) intensità e non credo che questo mi aiutasse molto nell’arrampicata sportiva. Solo negli ultimi anni, per fare le ultime prestazioni, ho iniziato ad allenarmi in un modo specifico e mirato. Anche se i tempi di recupero si sono rivelati molto, troppo lunghi ormai. L’allenamento estenuante ha inoltre peggiorato la salute già precaria di tendini e legamenti”.


ETERNIT: LA VIA-MANIFESTO DELL’ARRAMPICATA IN PLACCA
La sua attività culmina il 24 agosto 2009 con Eternit, nella falesia del Baule. Verticalissima, liscissima, con appoggi e appigli quasi inesistenti, questa via è la massima espressione del suo stile di arrampicata. Gradata 9a e ancora irripetuta (anche da Adam Ondra, considerato tra i più forti, se non il più forte, al mondo), Manolo l’ha definita come “la via che apre la scalata su placca verticale ad una nuova dimensione, oltre che un itinerario estenuante, che fa male alle dita, ai piedi e alla testa”. Eternit ha richiesto uno sforzo estremo, unito a tempi di recupero molto lunghi.
Definita da Andrea Gallo, che ha assistito Manolo in una delle salite, il manifesto dell’arrampicare, questa via non richiede semplicemente allenamento, quello non sarebbe di per sé sufficiente, ma padronanza totale del gesto arrampicatorio in relazione al tipo di roccia.

ph. by Zorzi

 ETERNIT: LE POLEMICHE E LA RISPOSTA DI MANOLO
Ad Eternit, il tuo ultimo capolavoro, sono purtroppo seguite delle polemiche. A queste tu non hai mai voluto rispondere apertamente. Vorresti ora prendere una posizione e controbattere un articolo pubblicato senza che nulla ti fosse chiesto e che ha screditato (agli occhi dei diffidenti e malpensanti, non di chi ovviamente ti stima) la tua immagine?

“Per quanto riguarda Eternit cosa vuoi che ti dica… io non sono l’unico frequentatore della falesia… Trovo invece molto strano che un direttore di un’importante rivista del settore, in 20 anni, non mi abbia mai fatto nemmeno una domanda, una telefonata, insomma non mi abbia mai parlato o chiesto nulla. Posso comprendere una decisa antipatia ma non la trovo una grande correttezza professionale. Mi sembra piuttosto arrogante il fatto di trovare impossibile un passaggio perché manca una crosta grande come mezza unghia se non l’hai mai provato com’era prima (anche se credo che le cose non cambierebbero nemmeno se ci fosse ancora). Tra l’altro stiamo parlando solo della parte bassa, quella più facile, di “Ho ce l’hai o ne hai bisogno”, ed è solo l’avvicinamento alla via vera e propria. Quel passaggio potrebbe anche essere diventato più facile e… se invece è diventato così insuperabile, come posso averlo ripetuto dopo quasi tre anni di inattività a quei livelli e poco dopo uno stop di 6 mesi per doppia frattura al gomito e la rottura di una costola? Senza calcolare l’età naturalmente! E questo lo possono confermare almeno quattro arrampicatori, fra i quali Adam Ondra. Ma soprattutto: chi ha detto che quello sia l’unico modo per passare e che sia il più facile? La morfologia ed i metodi usati possono rendere molto soggettiva la difficoltà. Alla fine credo che Eternit sia una bellissima via e che abbia segnato davvero un cambiamento in questo tipo di scalata, almeno per me. Non ha nulla a che vedere con tutte le altre salite di questo genere che ho realizzato, per difficoltà ed impegno (forse Roby Present l’avvicina un po’, ma è comunque molto diversa). A volte è solo questione di provare senza pregiudizi e senza pretendere di riuscire subito e comunque. Eternit è una bellissima via e forse merita più rispetto.
Voglio raccontarti un aneddoto…Un giorno, salendo per provare un altro progetto che avevo in una falesia più avanti, ho incontrato casualmente un arrampicatore che stava provando da solo top rope la via e mi sono fermato molto in disparte incuriosito a guardarlo. Poco dopo se ne è andato, ma la cosa l’ha talmente indispettito che pochi giorni dopo mi ha inviato una mail di insulti e minacce, dai termini piuttosto volgari .Strano anche questo…”

ph. by K. Dell'Orto