domenica 18 settembre 2016

Oliviero, re dei Giganti


Il Re dei Giganti, quest’anno, viene da Bergamo. Dalla Valle Seriana, da Gandino, dalle sue, dalle nostre Orobie. Si trova a Courmayeur ora Oliviero Bosatelli, vincitore dell’edizione 2016 del Tor des Geants. Ieri, quando alle 13,10 e dopo poco più di 75 ore di gara ha tagliato quel traguardo, tutta Bergamo era con lui. Tutti incollati al pc o allo smartphone per vedere il live dell’arrivo. Tutti lo vogliono, tutti ne parlano a Courmayeur. Dicono del vigile del fuoco bergamasco che ha dato uno stacco di 5 ore al primo degli inseguitori e che ora sta volando a coronare un sogno. A fare da cornice al suo arrivo ci sono gli striscioni degli sponsor e quel cartellone giallo fluorescente su cui, al volto di Braccio di Ferro, è stato sostituito il suo, quello del “Bosa”. Lo hanno definito così qua, Braccio di Ferro. Ma per noi rimane sempre “il Bosa”. Ad attenderlo la moglie Nadia, che lo ha supportato ad ogni punto di ristoro, fino alla vittoria. E poi spunta da là in fondo, come un puntino taglia la curva ed è sul tappeto che conduce alla linea dell’arrivo. Il pubblico lo acclama, lo speaker ripete il nome del nuovo Gigante e su Facebook piovono i like. Corre ancora Oli, quasi al traguardo si gira e fa una corsetta indietro, per battere il cinque a qualcuno che si trova in zona transenne. Poi si rigira su se stesso e taglia il traguardo, con un salto, esattamente come era accaduto sul palco di Orobie Ultra Trail. Anche lì vincitore con le molle sotto ai piedi. Ci ha fatto sognare per tre giorni: da domenica, giorno della partenza, fino a ieri. 330 chilometri, 24000 metri di dislivello positivo, 75 ore e venti minuti per attraversare tutta la Valle d’Aosta. Senza dormire praticamente, facendo soste minime (la più lunga è durata meno di mezz’ora) per alimentarsi. Un motore eccezionale, come ci ha raccontato Marco Zanchi, che in montagna ha saputo dare il meglio. E pensare che fino a due anni fa, cioè fino all’edizione 2015 di OUT (nella quale si era classificato secondo alle spalle di Zanchi) nessuno sapeva chi fosse. Un ottimo maratoneta, certamente, ma non un campione dell’Ultratrail. Lui, che quando arriva sul podio pare quasi in imbarazzo, che non sa bene cosa fare o dire, che certo non è abituato a fare la star, ma che ha saputo lasciarsi tutti alle spalle. Lui che al rifugio Bertone, l’ultimo a pochissima distanza dall’arrivo, si è fermato a mangiare un piatto di risotto. Quel piatto di riso, preso perché tanto il secondo è ormai troppo distante per raggiungerti, è stato come il sorriso di Bolt alle Olimpiadi. Quel sorriso buono, carico di spirito sportivo, rivolto al concorrente alle sue spalle. Il sorriso di chi sa perfettamente di avere la vittoria in pugno, e quindi di poterselo permettere. E poi, a tre ore circa dal termine della gara, quando lo immagini già disteso nel letto e immerso in un sonno ristoratore, arriva la sua chiamata. La voce è fresca, pimpante, quella di sempre. La semplicità, valore che da sempre lo contraddistingue, non pare essere stata minata da una vittoria tanto grande. A fine chiamata, però, ammetterà di essere felice, molto felice, perché vincere il Tor non è una cosa che accade tutti i giorni (e neppure a tutti! Ndr.).
“Un viaggio spettacolare – sono state le sue parole – e soprattutto un tifo grandioso, per una gara che è davvero molto sentita. Ancora non realizzo bene l’accaduto ma sono qua,  ho risposto a tutte le domande dei giornalisti, mi sono fatto fare un massaggio nel quale credo di essermi addormentato 5 minuti, per poi risvegliarmi di colpo. Ancora non riesco a dormire, sono qua con amici e voglio godermi questi momenti, ma credo che appena toccherò il letto dormirò. Quello di non dormire è stato un esperimento, volevo provare a non dormire, ed è riuscito. Ricordo le notti, la luna quasi piena, il silenzio. Sono stato sempre presente con la testa. A momenti arrivava un po’ di sensazione di debolezza, ma poi mangiavo e passava. Mi sono alimentato sempre bene: pasta, riso, panino con prosciutto e maionese, gelato, macedonia, birra. Niente barrette, niente di niente. Un paio di gel, quando avevo terminato tutto. Sono arrivato e sono arrivato con le mie gambe. Non lo speravo, era la prima volta. Ci ho creduto solamente quando ho tagliato il traguardo”.
Oliviero, che fino ad oggi aveva coperto una distanza massima di 180 chilometri (Adamello Ultra Trail), ora sa che può fare tutto. Ma conoscendolo pensa ancora di non aver fatto nulla di che (così aveva detto nel 2015 dopo essere arrivato secondo alla Orobie Ultra Trail, o dopo averla vinta quest’anno). Conoscendolo lo troveremo ancora sulle nostre montagne,  a “darci lezione” di dedizione, fatica e sofferenza. Come lo troveremo a bersi una birra post allenamento. Solo che da questo momento, quando lo vedremo, diremo “Lui è il Bosa, quello che ha vinto il Tòr”.



giovedì 25 agosto 2016

Nomade sì... ma con appoggio!


Una nomade con appoggio”, dove l’appoggio sarebbe la mia residenza in provincia di Bergamo. Ho sorriso quando, qualche giorno fa, il mio fratellino 17enne mi ha definita così. “Mia sorella è una specie di nomade, ma con appoggio”. Ha detto proprio così. E me lo immagino mentre pronuncia questa frase, con quel fare canzonatorio e quel suo sorriso sornione. E allora la mia mente corre a metà agosto quando, in Val Tesino, scattavo con il cellulare e giusto in tempo prima di vederlo definitivamente in modalità OFF, la foto dei miei piedi accavallati all'entrata della tenda. Piedi che ridono, affaticati dal continuo su e giù per sentieri che non conosco. Senza meta ma con la voglia di andare. Piedi che entrano in fibrillazione e dicono "questa sì che è vita". Piedi nomadi, che si sentono a casa solo lontani da casa. A 300 chilometri dall'ufficio e dalla quotidianità e che sognano di averne altrettanti, di chilometri, da macinare sotto le suole. Piedi che possono svegliarsi la mattina e decidere di volgere a destra, a sinistra oppure di rimanere fermi. Piedi che stanno sempre due passi oltre la testa, perché tanto a guidarli è il cuore. Se potessi scegliere cosa fare nella vita, se fosse un mestiere, sceglierei di fare la vagabonda. Perché solo una “vagabonda per scelta” può permettersi il lusso di ascoltare cuore e piedi, e basta. Perché addormentarsi accanto ad un ruscello, cullata dal bisbiglìo dell’acqua, essere svegliata in piena notte dalle gocce di pioggia che punteggiano la tenda, aprire le palpebre con il taglio di sole che penetra la fenditura del proprio giaciglio, non ha prezzo. In un mondo dove tutto ha un valore quantificabile in denaro, questo è quello che non ha prezzo e che mi ricorda quando sia bello vivere. E anche se per un periodo di tempo limitato, che coincide con “l’evasione estiva”, è quella cosa a cui non potrò mai rinunciare. E così ogni anno è la stessa storia: zaino, tenda, piedi, cuore e via. La direzione è una, la meta invece non esiste: si definisce di giorno in giorno, ora dopo ora, a seconda di quello che  cuore decide di fare. I piedi e la testa, di conseguenza, seguono.

Tatiana Tia Bertera Manzoni


martedì 17 maggio 2016

#weareMelloblocco: ma che bello che è!


Niente, come il Melloblocco, è capace di farmi tornare la voglia di mettere le mani sulla roccia e di stare con quella pazza, bellissima, spettacolare compagnia che sono gli scalatori. Boulderisti, falesisti, alpinisti... al Mello siamo tutti uguali. E sarò una "buonista", una di quelle che vede la vita tutta "rose e fiori" (sotto con le critiche, che anche quelle fan bene, meglio dei complimenti talvolta!), ma lasciatemelo urlare a squarciagola: IL MELLO2016 è stato uno SPETTACOLO! E ve lo dico io, che ho lavorato, che non ho neppure indossato le scarpette, che i melloblocchisti li ho visti da "fuori". Ho aspettato un paio di settimane a scrivere sul blog, perchè volevo lasciar sedimentare il tutto e vedere, a distanza di una quindicina di giorni, che cosa sarebbe rimasto del ricordo di questo evento. L'ho fatto e ora sono pronta a dire la mia. Ho anche assistito alle "povere" quattro polemiche che hanno fatto seguito ai giorni della manifestazione. Posso capire tutto e in genere sono una persona comprensiva, ma devo dire che certe osservazioni (quelle sui parcheggi, così come quelle dei fermi e degli arresti) mi hanno disegnato il sorriso in volto. Alcune polemiche hanno sfiorato il ridicolo, oltre ad essere totalmente gratuite, controproducenti (nei confronti dell'economia della Valle) e volte a far notizia (sì, parlo di quei quattro "giornalistucoli" della cronaca locale, che pur di far notizia si venderebbero la propria madre.... Critica palesemente riferita alla categoria di cui faccio parte, senza fare di tutta l'erba un fascio, ovviamente). 



Cosa ho visto io? Personalmente (sono arrivata mercoledì sera e ripartita domenica, al termine delle premiazioni) ho visto un'organizzazione abbastanza matura e in grado di far fronte alle piccole grandi problematiche che un evento del genere presenta (pronta a prendere atto di quello che non ha funzionato e di farne tesoro per l'anno prossimo). Ho visto anche un numero leggermente minore di espositori e questo mi spiace assai, ho visto tanti giovanissimi/giovani e meno giovani mettersi alla prova sui sassi. Ho visto ragazzi e persone educate (e lo voglio sottolineare, andando contro a chi dice che le persone che arrivano in Val di Mello in occasione del Melloblocco rovinano/deturpano la valle). Ne sono passati tanti, si dice addirittura 8.000. Voglio dire, 8.000 persone che hanno passeggiato, bevuto, mangiato, pisciato, ecc ecc... Guardate un po' come trovate lo spazio pubblico dopo, ad esempio, un concerto al quale hanno partecipato 8.000 persone (!!!). Avreste dovuto fare un giro in Valle, invece, domenica sera... e POI pronunciare sentenze. Ho visto ragazzi che dopo aver mangiato le patatine, sotto ad un sasso, rimettevano il "sacchetto vuoto" nello zaino e se lo riportavano a valle... Mentre invece ho visto ( e continuo a vedere) allegre famiglie di trekker che, durante la passeggiata domenicale, lasciamo la carta della caramella per terra, sul sentiero).



Tornando a noi, ho visto gente serena e con tanta voglia di scalare, di fare festa la sera, di divertirsi. Ho visto giovani molto più "sani" di quelli che mi capita di vedere quando entro in un a discoteca di sabato sera. Ho visto chi magari ha bevuto una birra di troppo ed è stato messo a letto dagli amici... e l'ho anche rivisto la mattina seguente, al bar, di buon'ora a farsi un caffè e lamentarsi di quanto era stato cretino... 
Ho visto gente che ha partecipato alle serate culturali, guardato i filmati, assistito alle presentazione dei libri. Ho visto quelli che si alzavano alle 7,30 di mattino per fare Yoga pre arrampicata. Ho visto tutto questo. Tra una foto, una pubblicazione su Facebook e una su Instagram, una condivisione su Twitter e un album su Flikr, ho visto questo.

E alcuni articoli dai toni polemici, i giorni successivi all'evento, mi hanno sinceramente disgustata. Non fatta arrabbiare, ma sorridere. Era evidente che chi ha scritto, chi ha pubblicato, lui, questo Melloblocco, non l'ha proprio vissuto!



lunedì 7 marzo 2016

06/03/2016 Rif. della Corte - La Motta (Val Gerola)

Dislivello: 900m circa (Partenza da Sacco)
http://www.rifugi.lombardia.it/sondrio/cosio-valtellino/rifugio-della-corte.html
Con gli sci o con le ciaspole (scegliete gli sci oppure la tavola, che merita!) questo itinerario è adatto a tutti e fattibile con qualunque condizione di neve. Quindi, anche se ha nevicato fino al giorno precedente, anche se il bollettino dà rischio marcato, la salita al rifugio e la zona de La Motta, sono luoghi relativamente sicuri. Uso "relativamente" perchè in montagna la sicurezza al 100% non esiste. Punto. E ognuno deve fare come ritiene più opportuno per se stesso e per la propria incolumità. Personalmente sono una "cacasotto" e piuttosto che avere anche solo il dubbio di poter correre qualche rischio, non mi muovo. In Lombardia ci sono ben pochi luoghi dove è possibile andare con rischio 3 o 4. A mio parere il Rif. La Corte è uno di questi. Dalla Motta poi, autentico balcone della Bassa Valtellina, si gode di una panoramica mozzafiato su Orobie, Alpi Retiche ed Alto Lario.
E così si parte. Con Mauro che, tavola a spalla, farà oggi la sua prima esperienza in neve fresca. La salita da Sacco (abbiamo lasciato la car poco dopo il centro sportivo, incuneato in cima al paese, in prossimità di una piccola chiesetta) si inerpica dapprima lungo una strada panoramica (una vecchia mulattiera?) e poi zig-zaga sù per un bosco fitto fitto e, oggi, letteralmente ghiacciato...

Sbuchiamo nei pressi del rifugio e ad accoglierci ci sono Corrado (il rifugista) e Kurt (il suo cane). Caffè veloce, una scaldata di fondoschiena davanti alla stufa e si riparte, alla volta de La Motta. Il sole è tiepido, primaverile. La traccia super-battuta, segno del fatto che oggi sono stati in tanti a scegliere questa come meta. Una volta giunti in cima (sono ancora virca 500 metri di dislivello dal rifugio) è possibile vedere il vicino Pizzo Olano, e la cima Rosetta, su cui sono stata un paio di settimane fa. La voglia di salire c'è...ma oggi no, troppo rischioso, ci si ferma qui. Tre due uno... spella, metti la giacca, togli le ciaspole e infila la tavola, e siamo pronti per la discesa. Che è bellissima. La neve è morbida e polverosa. Pure io, che non sono davvero "il drago della fresca", mi diverto un sacco. Questi sono i giorni in cui mi sento davvero fortunata. Basta poco, pochissimo, per essere felici, felicissimi.


Corrado è un personaggio di quelli da conoscere. Gentile, brillante e nel contempo alla mano. Stiamo un po' con lui al rifugio e scopro che abbiamo amicizie in comune importanti, primo tra tutti il buon Manolo. Al rifugio della Corte troneggia infatti un poster di lui, del Mago, con tanto di dedica...





domenica 14 febbraio 2016

11/02/2016 Cima Rosetta: finalmente powder!

Dislivello: 1.100 metri circa (partenza da Acquale, lungo la strada Rasura - Bar Bianco)
Ph. Klaus Dell'Orto
E poi capita la giornata che un amico ti chiama, sul far della sera, e lancia la proposta: skialp domani? E tu, che hai trascorso due giorni chiusa in redazione e che non desideri vedere altro se non il blu del cielo, non puoi rifiutare. E così siamo finiti in Valgerola. Partiti poco prima del quarto tornante della strada che da Rasura porta al Rif. Bar Bianco, si sale con gli sci ai piedi già dall'auto. Come da indicazioni si lascia la strada imbiancata ben presto, in prossimità di un gruppo di cascine che si affacciano sulla Valtellina. Il sentiero prosegue per pratoni piuttosto ripidi ma, fortunatamente, si raggiunge in men che non si dica la chiesetta che si trova in località Ciani. Si punta quindi verso un bosco di larici che oggi, carichi si neve e brillanti sotto il sole di mezzogiorno, sono carichi anche di poesia. Che dire? La montagna mi regala sempre un senso di pienezza e felicità e, ogni volta, mi convinco di aver fatto la scelta giusta. Che sarà mai (potendo) lavorare fino a serata inoltrata, o addirittura di notte per portare avanti le consegne, quando poi il giorno ti regala tutto questo?


Arrivati al Rifugio Bar Bianco, la vetta è là, proprio sopra di noi. Sembra vicinissima, con la sua croce che si erge quasi ad imporsi sopra di noi, formichine con gli assi ai piedi. Sembra, perchè ancora diversi "panettoni di neve" ci separano da essa. Questa gita, relativamente sicura e piuttosto semplice, merita davvero. E poi per noi è la prima powder di quest'anno così povero di neve, e quindi è sempre bello! Non siamo stati gli unici ad avere questa idea, sono infatti parecchi gli scialpinisti che hanno deciso, in questa finestra di bello, di affrontare questa meta.


La vetta ci regala una vista super e ci fa frullare una "malsana" idea per la testa (le idee che virgoletto come malsane sono solitamente le più belle!!!). Davanti a noi si erge il pizzo Olano e lì, la neve, è praticamente intonsa. In salita abbiamo incontrato, per caso, il rifugista del Corte, punto di partenza per la gita all'Olano.  Lui e il suo cane... Credo che tra non molto andremo a trovarlo nel suo rifugio.
Ma ora siamo qua, in cima alla Rosetta, e siamo le persone più fortunate del Pianeta. La pelle calda baciata dal sole e una discesa di circa 600 metri, fino al Bar Bianco, che aspetta solo noi. 


E si scende, sulla neve tritata  e un po' crostosa, ma si scende. Con i quadricipiti che vanno a fuoco, desiderando una birra fresca e ristoratrice. Ma il Bianco è chiuso, lo abbiamo visto salendo! E invece sorpresa, arrivati al Bianco troviamo il proprietario e un suo amico/avventore che, arrivati in motoslitta per preparare il rifugio per la serata di San Valentino, ci dissetano a birra e Genepì. Poteva andare meglio di così !???

Ph. Klaus Dell'Orto

Ph. Klaus Dell'Orto

Bar Bianco...i nostri salvatori !!! Ph. Klaus Dell'Orto


lunedì 8 febbraio 2016

UN GRAZIE DI CUORE DA CORDA-DOPPIA




Buongiorno a tutti...la sezione running (che avevo appena iniziato) di CORDA-DOPPIA ha fatto un salto in avanti ed è stata, per così dire, ospitata dal portale della rivista Orobie.

Al link sopra trovate il rimando diretto. Cambia nome, in quanto si tratta di una collaborazione con la rivista, ma a scrivere sarò sempre io.

Che dire? Una bella soddisfazione e un anno dedicato ad uno sport per me nuovo: la corsa in montagna.

L'alpinismo, il trekking, l'arrampicata (sperando di trovare il tempo per fare tutto), così come lo sci e le riflessioni personali, rimarranno invece ancorati a CORDA-DOPPIA.

CORDA-DOPPIA è il risultato del mio sogno di scrivere, di raccontare, di rendere partecipi gli altri delle mie emozioni vissute nell'ambiente che più amo: la montagna. Un grazie a tutti coloro che hanno perso, e perderanno in futuro, anche solo tre minuti del loro tempo per leggermi. Gli oltre 33.000 accessi collezionati fino ad oggi sono la dimostrazione che se si fanno le cose con passione, impegno e dedizione, prima o poi i risultati arrivano da soli. Certo, non bisogna avere fretta e, ancora di più, bisogna dimostrare pazienza e tenacia. CORDA-DOPPIA esiste dal 2009 ed è sempre stato aggiornato in maniera piuttosto regolare. La motivazione che mi ha spinta a continuare a scrivere è stata la passione, nient'altro! Viviamo in un mondo, in un periodo e in una nazione difficile. Punto. Capisco i giovani che se ne vanno e sinceramente li stimo anche! Io però ho deciso che mi sarei trovata il mio spazio anche qui, tra le persone che amo!

Grazie ancora di cuore a chiunque mi ha letto e a chi, non ancora stanco delle mie quattro chiacchiere, continuerà a farlo.

Tia

lunedì 28 dicembre 2015

26/12/2015 Passo della Presolana - vetta Presolana Occ. (2.521m) - Rif. Olmo - Rif. Albani - Colere

"E fu così che in una fredda (ma doveeee?) giornata d'inverno, baciati dal sol di dicembre, i tre baldi avventurieri conquistarono la vetta della Regina, mettendosi alla prova su ardui passaggi di secondo grado superiore, e valicato il Passo di Pozzera scesero fino al rifugio Olmo per poi risalire l'intera vallata e svalicare, in prossimità dello Scagnello, in direzione Albani. Temendo il ghiaccio (????) e l'imbrunire (ancora più ????) scesero indi verso l'incuneato paesello di Colere. E fu proprio in quel di Colere che la sfida si fece più avvincente: trovare un passaggio verso il calesse, lasciato a Passo della Presolana. Entrò quindi in gioco quella, che dei tre, potremmo definire l'amabil donzella, che raccattò con un sorriso e qualche moina un passaggio da quattro tipi che, provenienti dal lontano Quartoggiaro, erano venuti in villeggiatura nelle Valli Bergamasche. E fu così che Ser Mauro, sfidando la sorte, si addentrò su per la valle coi quattro sconosciuti mentre la donzella e Ser Lorenzo rimasero a Colere a sorseggiare un altro calice di birra, in attesa del ritorno dell'amico fidato".




Super allenamento con Lorenzo e Mauro che (grazie!!) si sono lasciati trascinare su una delle montagne che ho nel cuore e che mai mi stancherò di guardare. Da ogni lato...perchè la Presolana a me piace proprio da ogni lato! Partiti dal Passo della Presolana, abbiamo toccato la Cappella Savina, la grotta dei Pagani, per poi arrivare fino alla croce di vetta.




Sebbene Mauro ci abbia "dato la paga" in salita, precedendoci alla Cappella Savina ("Mauro, ma era per la bionda alla Cappella che sei salito così veloce?!?"), ci siamo rifatti sulle roccette per arrivare in vetta. (Ahahahahahha!).
Una volta scesi, all'altezza della Grotta dei Pagani, abbiamo deviato per il sentiero che taglia alto il ghiaione e porta a Passo di Pozzera. Da lì, nonostante un tentativo di "restare alti" (finalizzato a non dover risalire la Valzurio), siamo comunque finiti fino al Rifugio Olmo. Da qui abbiamo percorso l'inevitabile sentiero in discesa fino ai cartelli che indicano la continuazione per il Periplo della Presolana. 


E una volta giunti qua c'è poco da fare. Da quota 1.600 bigona salire di nuovo, lungo la Valzurio, fino allo Scagnello.




Da lì, fino al Rif. Albani e poi a Colere, è tutta discesa. Grazie ragazzi per avermi fatta anche correre un po' e grazie Lorenzo per aver "Gipiessato" il percorso! La prossima volta si chiude l'anello proseguendo anche per il Passo della Porta!
Consiglio: per il ritorno da Colere al Passo della Presolana, portatevi sempre dietro almeno una ragazza! Serve per adescare qualche driver e scroccare un passaggio fino al Passo. Senza donna al seguito non è detto che vi vada così bene! (e siate fiduciosi: non fate come Mauro che era già andato al ProLoco ad informarsi per gli orari dei pullman!). Io il passaggio l'ho trovato! Il passaggio più improbabile del mondo.... "Di dove siete? Di qua?"...."No, Milano, Quartoggiaro. Siamo venuti a fare un giro in montagna e volevamo salire con la seggiovia, ma ci hanno detto che il rifugio è chiuso". ...."Ehm, va bene, dai Mauro sali te con loro a recuperare la macchina!!! " :P

Alla prossima!
Tia

domenica 20 dicembre 2015

20/12/2015 T.A. d'inCanto: in 142 per il progetto "Grazie Canto"


Centoquarantadue i runner che oggi, complici le temperature decisamente poco invernali, hanno preso parte al trail autogestisto organizzato dall'associazione Carvico Skyrunning e finalizzato a finanziare il progetto "Grazie Canto". Una corsa in compagnia, per alcuni anche solo una camminata, su per i sentieri del promontorio montuoso che fa da sfondo ai comuni di Carvico, Sotto il Monte e Villa d'Adda e che, da qualche anno, rappresenta la palestra d'allenamento di molti skyrunner bergamaschi. Non solo. La corsa, vissuta con spirito assolutamente non competitivo dai partecipanti, è stata anche l'occasione per scambiarsi gli auguri per le imminenti festività, nonchè contribuire all'importante progetto ideato da Chiappa e compagni per la sistemazione, pulizia e manutenzione dei sentieri del Canto. Poco da dire, quando alla base di tutto ci stanno impegno e passione, il risultato non può che essere un successo.


Il percorso, quasi 17 chilometri per un dislivello positivo di circa 500 metri, ha interessato diversi tratti della "Sky del Canto", gara che ogni anno attira sempre più partecipanti.



Le festività natalizie non fermeranno l'entusiasmo dell'associazione che ha già messo in agenda, per il 24 di gennaio, giusto per smaltire le calorie accumulate con panettoni e bicchieri di spumante, la "Scaldagambe", gara di 16 k e 550 D+ le cui iscrizioni sono già aperte.

Ps: Ora mi ritaglio uno spazio un po' meno giornalistico perchè, diciamocelo, questo è il mio blog e ci scrivo quello che mi pare! Oggi correre insieme a voi, che senza conoscermi mi avete fatta sentire parte di un qualcosa, è stato un grande onore, oltre che un piacere! Davvero non so come ringraziarvi perchè, lo dico e ci credo, a volte lo sport (soprattutto se diverso da quello già praticato e nuovo) è davvero capace di salvarti. Con questo, ovviamente, anche le belle persone. Non ho ancora capito se può fare per me, se lo amerò tanto come l'arrampicata, ma so per certo che ce la metterò tutta perchè io, tra 7 mesi, alla partenza del Gto, ci sarò. Con il sorriso sulle labbra. Sempre e nonostante. Buon Natale a tutti! Tia.

sabato 19 dicembre 2015

Novembre 2015 - Pizzo della Presolana Occ. (2521m) #running

Dislivello: 1200D+
Sviluppo: 12K circa
Percorso: Sentiero + ultima parte su facili roccette (II/II+)


E' successo in una bella giornata di novembre. Un novembre che sembrava un dicembre, quando i dicembri (come quest'anno) sembrano primavere e non inverni. Beh, insomma, un vero casino! Per dire che per essere novembre faceva decisamente caldo!

E' stato uno dei miei primi tentativi di running. Il Valtellina Wine Trail mi aveva esaltata un sacco. Sai, quelle cose che le fai e ti gasi per davvero, anche solo per averle fatte. Insomma... gasata com'ero mi sono chiesta quale montagna avessi davvero nel cuore e la risposta è venuta spontanea: nel cuore ho le mie Orobie. Un posticino poi l'ho ritagliato per la Regina-Presolana. Salita in ogni stagione, col caldo e col freddo, da sola o in compagnia, di giorno e di notte. Sulla Presolana sono stata da innamorata felice, da amica fidata e anche da innamorata delusa. La Regina ha assistito silente ai miei sorrisi, alle mie lacrime, a baci rubati e anche a qualcosa di più. E' stata complice della mia prima via lunga. Mi ha vista salire in una fredda notte di San Valentino, tavola in spalla e tre amici single e decisi a ridere alle spalle degli innamorati sbaciucchiosi (e finiti col Finazzi e me dispersi nelle buche di neve). Poi, sempre in pieno inverno, tra le creste sopra il Visolo... e anche quella volta lì finiti a dover scendere verso la Porta, per poi risalire. E poi mi ha vista partire alle 5 dalla macchina, per andare a vedere l'alba. Insomma, Presolana in ogni salsa. Ma mai di corsa, perchè correre per me non aveva alcun senso, almeno fino a qualche mese fa.

Fatto sta che, complice il mitico Mirko, mi sono regalata un mezzo pomeriggio di fatica. Mirko, che dice e si lamenta sempre di non essere in forma, è una guida alpina, e pertanto il suo "non sono in forma" va sempre preso con le pinze. Ha un cuore grande, Mirko. Questo gli va assolutamente riconosciuto.



Fatto sta che in poco meno di tre ore siamo arrivati in vetta e scesi nuovamente alla macchina. La salita, classico, non sono riuscita a correrla... Mentre in discesa abbiamo corso, entrambi, anche perchè avendo assistito al ramonto in vetta e non avendo le frontali, sapevamo già che avremmo dovuto farci il bosco al buio, illuminandolo con la luce del cellulare (si benedica chi ha inventato gli smartphone!!!!).


Consigliata?!? Certo. La Presolana è sempre la Presolana. Una montagna che anche se non l'hai nel cuore, una volta fatta, ti ci entra a forza. Bellissimo il pezzo di roccette finali che, soprattutto se fatto in inverno e con la neve, ha sempre il suo perchè.

Grazie Mirko!



venerdì 4 dicembre 2015

Ciao biondo!!! Il mio ricordo di Armin Holzer

Gazzetta Gold mi commissiona un articolo. Vuole che io parli di slackline. Succede un po' più di un anno fa. Contatto un po' di ragazzi che conosco e poi... poi penso che sarebbe bello intervistare anche un top highliner di questa disciplina. Un nome, oggi leggenda. Lui è Armin. MI chiedo come contattarlo. Uno così si filerà mai la mia intervista? Manco mi conosce!!! Gli scrivo su Facebook, senza nutrire grandi speranze. Sorpresa: Holzer mi risponde prontamente. E' entusiasta. Mi lascia l'indirizzo mail e mi dice di mandargli le domande, e poi di andarlo a trovare. Io quasi non ci credo. Io scrivo, lui risponde. Poi gli prometto che sicuramente andrò a conoscerlo! Ecco... ora non lo posso più fare. Ma quanto sono stata cretina! Ogni occasione è persa. La vita è breve e va vissuta fino in fondo. Mi sembra bello usare il blog per pubblicare la sua intervista, chiedergli scusa e salutarlo. Ciao Armin, e grazie. 



Highline Meeting Monte Piana. Si svolge invece a Misurina, nel cuore delle Dolomiti di Sesto, il raduno più famoso d’Italia. Lo scorso anno l’evento ha registrato più di 200 partecipanti provenienti da 20 Nazioni. Durante i nove giorni di meeting sono state montate spettacolari highline tra le guglie dolomitiche, sono stati organizzati workshop di acroyoga, voli i n parapendio e concerti, ed è infine stato realizzato, grazie alla collaborazione con un’azienda che produce amache in materiale tecnico, il record del “maggior numero di amache” appese ad una slack. Si è arrivati a 22 amache, per un numero totale di 25 persone in contemporanea su una slack.
Il prossimo raduno, alla sua quarta edizione, è programmato tra il 10 e il 15 settembre.

L’intervista


Abbiamo interpellato Armin  Holzer e Alessandro D’Emilia, menti del meeting altoatesino e maestri di sci, che ci hanno raccontato come nasce questa disciplina, i vantaggi che derivano dalla sua pratica e l’idea di realizzare un meeting di highline. Entrambi praticano l’highline, ovvero la forma più estrema della slackline. 
L’highline prevede anche una buona esperienza per quanto riguarda la valutazione dei punti di ancoraggio, la scelta dei materiali e la fase di tensionamento.
Quando e come nasce questa disciplina?
“Lo slacklining nasce nella Yosemite Valley (California) nei primi anni 80, dove si sviluppa specialmente nell'ambiente dell’ arrampicata. Nel 1985 Scott Balcom fu il primo a camminare su un’highline sul Lost Arrow Spire (Yosemite Valley). Questa forma di “giocare con la slack” é poi stata portata dagli scalatori in Europa. Nonostante sia uno sport estremo questa disciplina é sicura, basti pensare che negli ultimi 30 anni è morta una sola persona, a causa di una serie di errori tecnici nel montaggio della highline. Negli ultimi tempi si pratica anche nei parchi cittadini, ed è considerata al contempo un gioco, uno sport e una forma di allenamento per atleti di varie discipline: camminare lungo una fettuccia di queste minute dimensioni sviluppa le doti più primitive dell' equilibrio, aumentando la percezione e il rapporto tra corpo,mente e natura”.


Come vi siete conosciuti?
Entrambi maestri di sci, ci siamo conosciuti ad una gara di freeride, cinque anni fa. In estate ci siamo rivisti al Rifugio Lavaredo (Armin tornava dal montaggio di una highline nei pressi del Monte Paterno e Alessandro dalla salita allo Spigolo Giallo sulla Cima Piccola di Lavaredo insieme ad un amico). Dopo una tranquilla chiacchierata ci siamo accordati per fare un po’ di slackline insieme. Passo dopo passo abbiamo imparato ad avere sempre più confidenza con la slack. Dalla passione comune per questa disciplina è nata anche la nostra grande amicizia. Da allora, insieme, abbiamo attrezzato e percorso più di 70 highline, compiendo traversate da record mai effettuate prima come sulle Tre Cime di Lavaredo, sulla Marmolada, alle torri del Vajolet e in Cina, dove abbiamo stabilito il nostro record personale di camminata a 5000m di quota.
Come nasce il raduno a Monte Piana, sopra Misurina?
Nasce semplicemente dalla nostra amicizia e dalla voglia di trasmettere anche agli altri la nostra stessa passione: per questo sport, ma soprattutto per la montagna. Il Monte Piana, oltre che ad essere un luogo ideale per fare highline, è anche una specie di museo all’aperto, in quanto è stato uno dei più sanguinosi teatri della prima guerra mondiale. Per noi, consapevoli della valenza storica e culturale del posto, rappresenta un luogo di unione e di confronto.
Importantissimo per la realizzazione del meeting è il supporto dell'associazione sportiva "Le Lepri di Misurina"e del comune di Auronzo di Cadore.
Chi sono “Le lepri di Misurina”?
Le Lepri sono, anzi siamo: Alessandro d’Emilia, Niccolò Zarattini, Aldo Valmassoi, Nicolò Cadorin, me e tanti altri. Siamo un gruppo di ragazzi che condividono la passione per la slackline, lo sci e l’arrampicata. Viviamo queste discipline in maniera non competitiva, in un ambiente mozzafiato come le Dolomiti.


Tralasciando quindi la competizione, cosa è per voi l’highline?
Non sport estremo, non una cosa da fare da soli,  ma una forma creativa di socialità. La slackline non è una semplice fettuccia: a noi piace considerarla un ponte tra culture. Nel meeting infatti centinaia di atleti da tutto il mondo condividono la loro passione, naturalmente, ma anche momenti di vita insieme, esperienze, emozioni.
Per noi fare highline è cercare armonia nel movimento, fra mente, corpo e natura, fra essere e non-essere, è continuare a camminare trasformando la paura di cadere in rispetto e positività. La sensazione che provi quando cammini sull’highline, anche se sei da solo, è quella di condividere l’esperienza con tutti gli amici che ti guardano e ti incoraggiano. E’ un ponte tra culture e mentalità diverse: aiuta a incontrare persone nuove e a costruire amicizie. Spesso è proprio la paura del non-essere, ovvero di cadere, ad impedire di trovare l’armonia giusta per poter camminare in tranquillità. Non è da considerarsi una sfida contro se stessi ma con se stessi, un percorso soggettivo allo scopo di conoscersi nel profondo.


Tatiana Bertera