mercoledì 25 febbraio 2015
Grazie...
Che dire? Non c'è niente da dire. Come sempre in questi casi. Il giorno prima dai per scontata la presenza di una persona, mentre quello successivo realizzi che non era "normale" che quella persona ci fosse: era una fortuna, un privilegio. Ti penti per non aver detto "grazie"... quel "grazie" è rimasto sempre chiuso in gola, per egoismo, orgoglio o perchè pensavi che non fosse necessario. Te lo dico ora, Grazie.
Le parole sono superflue, ma sono l'unico modo che conosco per salutarti, caro Pietro.
Grazie per le risate
Grazie per i messaggi scambiati
Grazie per le solenni incazzature
Grazie per gli auguri di compleanno
Grazie per quello sguardo alla "pesce" che non ho mai capito, e forse neanche tu
Grazie per le verità, sparate diritte in faccia
Grazie anche per le bugie
Grazie per i messaggi arrivati a bruciapelo
Grazie anche per quelli che non sono mai arrivati
Grazie per essere passato nella mia esistenza, e in quella di tanti altri...
Grazie per averla arricchita, a modo tuo
Grazie per quei modi di dire unici, che sono diventati il leitmotiv della Valle
Grazie perchè quando diremo "brutto momento" penseremo ancora a te
e anche quando diremo "ho fatto un number", penseremo a te
Grazie per essere stato proprio così, come eri, come sei.
Ciao Spanato!
martedì 3 febbraio 2015
Markus Pucher alla conquista del Cerro... under the storm (gazzetta Gold)
Di seguito l'intervista a Markus e il racconto della sua pazzesca salita al Cerro Torre, pubblicata su Gazzetta Gold
“Perché quando fumo
una sigaretta mi sento in una situazione
di normalità. Se fumo una sigaretta significa che il vento non è poi così forte
ed il tempo è buono per scalare. Quindi se posso fumare, allora posso anche
scalare! Può sembrare un po’ pazzo, ma
sì, è proprio così. Mentre fumo ho inoltre il tempo per pensare ai prossimi
metri di salita”.
Conclude questa affermazione digitando una faccina che si
scompiscia dalle risate, e te lo puoi immaginare lui, Markus, mentre batte con
le dita sulla tastiera e nel frattempo se la ride. Effettivamente non fa una piega: se puoi
fumare allora ce la fai anche a scalare!
L’aveva già fatto nel 2013, impiegandoci poco più di tre ore
e con il bel tempo. Ora l’ha rifatto, sempre in free solo, ma questa volta
sotto una tempesta. Forse non sarà uno dei maggiori conoscitori del Cerro
Torre, la guida alpina austriaca Markus Pucher, ma sicuramente con la sua
impresa è stato capace di guadagnarsi un posto (e che posto!) nella storia
dell’alpinismo patagonico. Perché la sua avventura, che cerchiamo ora di
approfondire, ne ha davvero dell’incredibile. Un alpinismo dal retrogusto
romantico, fatto di passione, dolore e sofferenza e, perché no, anche un po’ di
follia. Lo dice lui stesso, definendosi un po’ “crazy guy”.
Si trova ancora in
Sud America e ci rimarrà fino al 16 gennaio, la data prevista per il rientro in
Austria. Proprio questa mattina Markus è partito nuovamente (da El Chalten)
alla volta del Cerro. E l’ultima, esclusiva chiacchierata prima della partenza,
l’ha fatta ieri sera proprio con noi.
L’obiettivo, ci ha raccontato, è salire qualcosa di nuovo
sulla parete West. Anche questa volta le condizioni meteo non sembrano
propriamente favorevoli, ma Markus non è uno che si arrende. Come ha già affermato,
semplicemente, lui non è “gli altri”. Il suo motto “hai sempre una chance e la devi cogliere, cosa stai aspettando?”
fa venire voglia anche a noi, seduti comodamente sul divano, di prendere
piccozze e ramponi e di partire, alla volta di quello che sembra impossibile.
Parlare con lui e pensare che si trova ancora dall’altra
parte del mondo, ancora impegnato ad inseguire i propri sogni, è
affascinante. Abbiamo appreso nuove
informazioni circa il free solo del 27 dicembre e la storia delle tre
sigarette, fumate tanto per rendere “normale” quanto stava accadendo
tutt’intorno, diventa una semplice nota di colore in un racconto molto più
avvincente. Ma partiamo proprio da quella.
Quando è partito da Filo Rosso, alle sei di mattina del 27,
il massiccio era completamente avvolto da una fitta nebbia e la visibilità
molto scarsa. La neve fresca, abbondante, rendeva faticoso anche
l’avvicinamento alla parete. Al Col de la Esperanza Markus si è fermato per la
prima pausa- sigaretta, giusto in tempo per vedere due alpinisti di ritorno dal
Cerro, scoraggiati dalle condizioni atmosferiche troppo severe. Ma lui, quel
giorno, si sentiva in forma e voleva vedere fino a che punto fosse possibile
scalare la montagna, in condizioni di maltempo. Alla base dell’Elmo e
successivamente durante la salita, altre due sigarette, per staccare la testa e
pensare che “it’s ok”.
I tratti di misto una volta passato l’Elmo gli si presentano
completamente sommersi dalla neve e, sempre a causa della scarsa visibilità, è
difficile trovare la via di salita. “Tant’è
vero che – questa è la sua dichiarazione nel racconto di Garibotti – mi sono ritrovato più di una volta a salire
dalla parte sbagliata, troppo a destra rispetto all’itinerario della Via dei
Ragni, e a dover correggere il tiro. Ad un certo punto, quando non sapevo più
bene da che parte andare, quando gli occhiali e le mani erano completamente
congelati, ho pensato se non fosse il caso di scendere, ma l’ignoto che stava
sopra di me mi attirava molto di più della via che mi ero lasciato alle spalle”.
In un punto particolarmente ostico, tutto d’un tratto, vede
una conformazione nevosa simile ad un
half-pipe e che gli sembra più sicura. Quindi scala all’indietro per circa 5
metri e attraversa la parete verso destra. Si trova ai piedi di un canale stretto,
troppo stretto. E qua inizia la sua folle lotta per salire.
“Il vento soffiava
verso l’alto e la mia faccia era colpita dai cristalli di ghiaccio portati
dalla tempesta – racconta. – Impossibilitato
a vedere, stretto nel canale, ho iniziato a farmi strada verso l’alto con tutte
le mie forze, perché salire era l’unica cosa che potevo fare”.
Sono le sette di sera quando arriva in vetta. Si sente al
centro dell’universo. Ce l’ha fatta. Lui e la tempesta, ed il Cerro Torre,
ovviamente. Non sa ancora che la sua avventura è solo a metà. Davanti a lui c’è
ora la discesa. Dispone di sessanta metri di corda e tre viti da ghiaccio. I
ramponi e le piccozze sono, ormai, i prolungamenti naturali dei suoi arti. Gli
ancoraggi sulla via di discesa sono ricoperti da neve ghiacciata e, come ha
detto egli stesso, ci sono voluti creatività ed ingegno per scendere.
Dopo l’ultima calata ha continuato a scalare all’indietro
fino a che i piedi, ad un certo punto, scivolano.
Anche le becche delle piccozze non sono più impiantate nel ghiaccio. Sta
cadendo. E cade, al rallentatore, in slow
motion dirà lui, ribaltandosi all’indietro. Lui l’ha chiamato Vertical
Limit, citazione tratta da un drammatico climbing film hollywoodiano. La mente
gira veloce e in quel “vertical moment” e si vede passare davanti agli occhi
tutta la sua vita. Ma le braccia sono più veloci della testa: pianta in manico
delle piccozze a terra e miracolosamente si ferma, a poca distanza da un salto
di 1300 metri. “In questi momenti non
riesci a pensare a niente, la tua concentrazione è al 100% perché sopravvivere
diventa il tuo unico obiettivo. Tutto accade velocemente e anche i movimenti
diventano automatici. Solo dopo, quando tutto è finito, hai tempo di pensare e
realizzi quanto è accaduto”.
Ma non è finita. La visibilità è ancora ridottissima.
Continua a scendere verso il basso, passo dopo passo. Quando i suoi piedi
toccano un pezzo di roccia nella quale non riesce ad infilare le punte dei
ramponi, capisce di essere nuovamente in fallo. Velocemente tenta la risalita
ma ecco, impietoso, il secondo Vertical Limit. Il ghiaccio su cui sta scalando
si spezza lungo una crepa orizzontale, proprio poco sotto le sue piccozze.
Rimane su. Ancora una volta è miracolato. Oppure è il portafortuna regalato
dalla figlia a proteggerlo. Una domanda sorge spontanea. Di cosa si tratta?
“Appena posso te lo faccio
vedere, il talismano che mi ha regalato la mia bambina! – dice. – Lo ha fatto lei, con le sue mani, e me lo ha
regalato prima che partissi per la Patagonia. E’ un fantasmino. Un piccolo
fantasmino verde”.
Nel frattempo sono arrivate le 23 ed è sceso il buio. La
frontale si scarica e Markus non può continuare. Deve trovare un riparo dove
trascorrere le prossime ore. Trova un crepaccio e ci si cala dentro.
Trascorrono cinque ore prime che riveda la luce e, finalmente, la salvezza.
“Faceva maledettamente
freddo - racconta – Ho fatto esercizi
per rimanere al caldo. Tiravo pugni al vento, muovevo braccia e gambe, facevo
dei piegamenti. Ma l’unica cosa che mi veniva in mente era… una zuppa di
pomodoro. Una deliziosa e calda zuppa di pomodoro. Il vero problema? Che non ho
potuto fumare un’altra sigaretta: il mio accendino era bagnato!”.
Con la sua simpatia, con il sorriso e la risposta pronta,
Markus sdrammatizza ogni cosa. Ma è arrivato il momento della domanda seria.
“One question Markus, one more”. Il free solo, lo sappiamo, comporta la
decisione di non proteggersi durante la salita. Perché? Qual è il senso di
questo salire senza margine d’errore?
“Il free solo è la mia
vera salvezza - risponde – Mi
permette di salire velocemente e di non rimanere a lungo in parete. Quando
salgo senza corda mi sento a mio agio, libero e in intimità con me stesso. Se
non mi sento sicuro, al 100%, di poterlo fare, allora non lo faccio”.
Tatiana Bertera
mercoledì 28 gennaio 2015
Denis Urubko - K2 Winter Expedition (Gazzetta dello Sport Gold Edition)
La storia di Denis e del suo tentativo purtroppo andato a vuoto....
Bergamo – Milano,
7 dicembre 2014. Il grigio dell’A4 corre sotto le ruote dell’auto che sta
portando Denis Urubko all’aeroporto di Malpensa. Alle 23,50 si imbarcherà sul
volo che in qualche ora lo porterà in Russia, dove riabbraccerà la moglie e la figlioletta
di due anni, prima di partire per il K2. Sebbene sia abituato, agli
“arrivederci”, ogni volta è come se fosse la prima. Chiacchiera con
disinvoltura, in quel suo italiano mezzo russo, seduto sul sedile dietro,
accanto ad un saccone gonfio di vestiti, un trolley e un ombrello variopinto e
decisamente femminile. Deve essere un regalo per Olga, la giovane moglie.
Non è passata neanche un’ora da quando ci ha accolti negli
uffici della Acerbis di Albino (azienda
bergamasca che lo sponsorizza per la spedizione, accanto ai noti marchi The North Face e Camp) per concederci un’intervista lampo ad un soffio dalla
partenza. Tra un borsone e l’altro. Due parole davanti alla telecamera e poi
via, alla volta di Mosca.
Le prossime comunicazioni ci arriveranno, salvo imprevisti,
a gennaio 2015 e direttamente dal campo base, posizionato ai piedi del versante
nord est del K2. Perché sarà lì che trascorrerà i prossimi tre mesi, per
tentare un’ascesa che segnerà un punto cardine nella storia dell’himalaysmo
invernale. E anche perché lui, Denis, ci ha assicurato che farà tutto il
possibile per informarci circa l’andamento della spedizione. “Perché è importante che non solo la
comunità alpinistica ma anche tutti quelli che mi sostengono sappiano.” –
ha spiegato.
Salire il K2 (6809 metri) in inverno, senza ossigeno e per
di più aprendo una nuova via, è un’impresa senza precedenti. “Un’impresa un po’ matta, perché bisogna
pensare in modo diverso”. Era stato ancora lui a tentare, nel 2003, la
vetta in inverno e ad arrivare a quota 7800 metri insieme ad una spedizione
polacca. Lui è l’uomo che è riuscito a giungere più in alto nella storia
dell’esplorazione di questa piramide di ghiaccio, in inverno. “Siamo dovuti tornare indietro a causa del
vento, troppo forte. – Racconta. – Da
allora il K2 è rimasto per me una sfida aperta. L’idea di salirlo da nord est
mi gira in testa da più di dieci anni. Prevedo, salendo lungo quel tracciato
rosso, disegnato dapprima a penna su un foglio e guardato a riguardato, meno
vento e parti in cui sarà possibile addirittura camminare. Ho una buona
sensazione per questa spedizione. Mi sento fisicamente allenato e pronto”.
Durante l’intervista Denis racconta della spedizione e poi,
a microfoni spenti e nel corso del viaggio da Albino fino al Terminal1 di
Malpensa, si racconta.
Insieme ai compagni Alex Txicon e Adam Bielecki arriverà, tra la fine di dicembre e l’inizio
del nuovo anno, a montare il campo base e a tentare la cima espugnando la
parete da nord est. Con gli stessi compagni di cordata, da lui definiti “il miglior alpinista spagnolo ed il miglior
alpinista polacco”, a maggio di
quest’anno ha raggiunto la vetta del Kangchenjunga, dal versante nord, aprendo
una nuova via. “La cosa interessante è
che siamo tre amici, non solamente compagni di cordata, ma amici”, questo
Denis lo ripete più volte, quasi per sottolineare che per lui, questa
spedizione, acquista un valore che va ben oltre la sola impresa alpinistica.
Insieme a loro anche il fratello di Alex, il suo migliore amico e la compagna
di quest’ultimo, che non saliranno ma li aiuteranno nella logistica.
“Staranno al campo
base più basso, a quota 3800 metri, cucineranno e ci aiuteranno nel trasporto
del materiale, se vorranno, fino al campo base avanzato a 4600 metri –
racconta. Un cargo di 61 chili di attrezzatura è già stato spedito un paio di
settimane fa con destinazione Kashgar (Cina) e molto altro dell’occorrente
verrà acquistato in loco, pochi giorni prima di partire per il trekking di
avvicinamento.
Date le condizioni estreme del K2 in invernale (le
temperature dovrebbero raggiungere i 50 gradi sotto lo zero), la salita “one
shot” (per gli specialisti, in stile alpino) gli sarà impossibile. Si
monteranno i vari campi (ne sono stati previsti 5) e si procederà con il
normale acclimatamento.
“Il versante est è meno ventoso rispetto a quello
a nord e quindi più percorribile, salvo una zona rocciosa di qualche centinaia
di metri che si trova già a quota 8000 e che sembra davvero dura. La vera
difficoltà sugli 8000, spesso, non è tanto il freddo ma il vento, che ti porta
via come un pallone. E porta via anche le tende e le attrezzature. Per questo è
importante procedere un passo alla volta, attrezzare la via di salita (con
corde fisse, indispensabili per la discesa in sicurezza) e stare attenti ad
ogni minimo dettaglio. Spesso montare solo le tende è rischioso per via del
maltempo. Bisogna preparare anche delle trune nella neve, che possono fungere
da riparo d’emergenza. Un errore, anche banale, può compromettere la buona
riuscita dell’impresa - Racconta. - La
via è del tutto nuova, tranne un piccolo tratto in cui la nostra linea di
salita si sovrappone a quella percorsa dagli americani nel 1978. Dovremmo arrivare fino a quota 7500 metri
senza troppe difficoltà, camminando ed arrampicando su ghiaccio, montando i
vari campi e facendo bivacchi dove necessario. Dovremo fare attenzione ai
crepacci e ad una zona, poco sotto la vetta, che è a forte rischio valanghe, a
seconda delle condizioni di innevamento. La parete rocciosa che dall’ultimo
campo porta fino alla vetta… quella è la vera incognita di questa spedizione:
avendola osservata da lontano, non so ancora bene cosa mi troverò davanti. Non
posso anticipare molto. Quello che è sicuro è che sarà necessario procedere
passo dopo passo, come nel lavoro in miniera: un pezzettino alla volta”.
La spedizione, raccontata da Denis con quella semplicità che
lo contraddistingue, sembra priva di grossi pericoli oggettivi. In realtà,
anche se non viene detto esplicitamente, la cronaca parla chiaro: quando si tratta
di Ottomila le possibilità di riuscita si riducono al 50% e in inverno sono
addirittura più basse e, come dice Urubko, una volta arrivati in cima l’unico
pensiero è quello di tornare indietro il più velocemente possibile.
Colpo di
scena. L’invernale al K2 si rivela un’impresa molto più di difficile del
previsto. Ormai in partenza, con parte dei finanziamenti già raccolti e
dell’attrezzatura inviata, quando già aveva ringraziato tutti per la fiducia
dimostrata e (quasi) salutato la famiglia, la Cina gli nega il permesso. Succede
proprio in questi giorni a Denis Urubko.
L’alpinista,
che sarebbe dovuto atterrare ieri a Kashgar (Cina) e iniziare i preparativi per
il trekking di avvicinamento al campo base, si ritrova ora, inspiegabilmente,
ancora in Russia. Quella di Denis, lo ricordiamo, sarebbe la prima invernale
assoluta sulla parete himalayana, la cui cima tocca gli 8.609 metri.
7 Aveva
preparato tutto nei minimi dettagli: i materiali, l’avvicinamento, aveva
pensato all’ascesa e ai vari campi. A incutergli timore erano il vento, il
rischio valanghe, ma non era sembrato preoccupato per la burocrazia cinese. E
invece qualcosa, nella logistica, pare non stia funzionando.
We take part
in the competition. Two teams.
One team : three climbers, small funds. Our opponents : the weather, the Chinese bureaucracy, problems at every step of preparation for the expedition.
Our award - first winter ascent on K2.
Who will win?
We hardly collect points- train, getting support from all over the world, not only financial.
First of all many people give us really faith.
But suddenly we lose points 5 days before departure - Chinese authorities denied us. We have not permit...
"Now what shall we do?" said the queen.
Left 74 days to prepare and carry out an expedition...
It is hard, but we take part in the competition and will use any chance".
One team : three climbers, small funds. Our opponents : the weather, the Chinese bureaucracy, problems at every step of preparation for the expedition.
Our award - first winter ascent on K2.
Who will win?
We hardly collect points- train, getting support from all over the world, not only financial.
First of all many people give us really faith.
But suddenly we lose points 5 days before departure - Chinese authorities denied us. We have not permit...
"Now what shall we do?" said the queen.
Left 74 days to prepare and carry out an expedition...
It is hard, but we take part in the competition and will use any chance".
E'
questo il messaggio pubblicato sulla pagina Facebook di Denis quando, già,
avrebbe dovuto essere in viaggio. Perchè le cose spesso non vanno come
previsto. Perchè, come successo anche altre volte in occasione di altre
spedizioni, le autorità cinesi stentano a concedere il permesso per l'ascesa
alla montagna, spesso promesso solo a voce dall'intermediario locale. L'agenzia
di trekking con la quale l'alpinista si era messo in contatto per arrivare fino
al campo base, la stessa che in teoria avrebbe dovuto gestire la logistica e
l'ottenimento dei permessi per l'intera spedizione, a pochi giorni dalla
partenza ha comunicato alcune difficoltà burocratiche.
Solo settantaquattro giorni prima che
finisca l'inverno. Per ottenere quel permesso ed effettuare la spedizione. Sarà
dura, ma ormai si sono messi in gioco e useranno ogni chance a loro
disposizione pur di partire.
Se
anche prendesse quel volo,ci ha raccontato l'amico e compagno di numerose
avventure Simone Moro, senza i permessi non potrebbe neppure mettere piede
sulla montagna.
Ed
è proprio a Moro che, stamane, Denis ha mandato una mail, per informarlo circa
la situazione.
A volte capita che le autorità chiudano
la frontiera da un giorno all'altro, come successe anche a Moro nella
spedizione del 2009 al Cho Oyu, facendo naufragare il progetto. Nel caso di
Urubko non sappiamo ancora se fosse prevedibile o meno, ma di certo sappiamo
che ora si trova in Russia, a lottare di ora in ora per il suo sogno.
DENIS URUBKOIL SOGNO STRONCATO DALLA BUROCRAZIA CINESE
Questa spedizione "non s'ha da fare". Lo ha impietosamente decretato ieri, via mail, il governo cinese. Di nuovo ha negato il permesso, dandone notizia proprio la mattina di Natale. Neppure a gennaio 2015 il team di Denis Urubko partirà quindi alla volta del K2. Niente da fare. Il sogno è naufragato ancor prima che gli alpinisti potessero vederla, la montagna.
Ad annunciarlo al mondo proprio il capo spedizione Urubko, che lo ha fatto, poche ore fa, attraverso i social. Un messaggio semplice ma non privo di rammarico, nel quale racconta della mail pervenutagli alle 6 di mattina (ora russa) del 25 dicembre e alla quale ha cercato di ribattere, senza però riuscire ad ottenere alcun riscontro apprezzabile. Il governo ha parlato chiaro: a causa di alcuni recenti episodi di terrorismo avvenuti nella provincia dello Xinjiang, la situazione per i turisti stranieri, in questo momento, non è sicura. Per questo motivo il governo preferisce chiudere la frontiera a tutti, nessuno escluso.
L'alpinista ci ha provato fino all'ultimo, rispondendo che il suo team avrebbe evitato per quanto possibile di rimanere nella città di Kashgar, considerata zona a rischio, e che si sarebbe immediatamente diretto verso il K2. Un po' come dire "ci togliamo dai piedi e non diamo fastidio", ma niente. La risposta è stata una seconda mail, categorica, nella quale si raccomandava di prendere contatti con la compagnia di trasporti a cui era stato affidato l'equipaggiamento utile per la spedizione e di organizzarne il ritorno, affinché non andasse perduto.
Alex Txikon e Adam Bielecki avevano parlato, poco più di sette giorni fa, di un semplice slittamento della partenza di due settimane. Avrebbero comunque tentato la prima invernale della storia al K2 entro metà marzo. Avevano inoltre dichiarato che, anche se con meno tempo rispetto a quanto previsto, la spedizione sarebbe ancora andare a buon fine. Erano sembrati ottimisti. Adam aveva addirittura scritto sul suo blog personale di non essere eccessivamente dispiaciuto, in quanto avrebbe potuto trascorrere le festività con la famiglia. Denis invece aveva preferito rimanere in silenzio, forse perchè già un po' se lo sentiva, oppure per non dare false speranze. Si era limitato a ringraziare tutti del supporto e della fiducia dimostrate ed esortato ad incrociare le dita affinchè, dalla Cina, arrivasse l'agognato Sì.
Sarebbe stato un bel regalo di Natale, che purtroppo non è arrivato.
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